Diventare giornalista è una professione antica e un sogno per molti di noi. “Il giornalismo è un mestiere da tutti, ma non per tutti”, come afferma nell’intervista di una nostra corsista Alessandro Galimberti, ex presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.

Fare il giornalista è una scelta professionale che necessita di un percorso formativo che richiede curiosità, rigore e spirito critico. In un contesto in cui l’informazione viaggia veloce e spesso in modo frammentato, la preparazione didattica assume un ruolo centrale per costruire competenze solide e consapevoli. Dalle basi teoriche della comunicazione alle tecniche di scrittura, fino all’etica professionale, ogni fase del percorso contribuisce a formare una figura capace di interpretare e raccontare la realtà in maniera corretta e veritiera.

Il cammino per intraprendere questa carriera è articolato: studi accademici, corsi formativi e, soprattutto, esperienze pratiche sul campo. Le scuole di giornalismo offrono certamente gli strumenti fondamentali, ma è il confronto diretto con il mondo dell’informazione a completare la formazione. Il giornalista in formazione deve sviluppare non solo abilità tecniche, ma anche la capacità di adattarsi a un settore in continua evoluzione.

In questo articolo ho scelto di intervistare me stesso in qualità di corsista del programma di formazione per aspiranti giornalisti pubblicisti, avviato dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, per interrogarmi sulle incertezze e sulle aspettative che il variegato mondo del giornalismo presenta oggi a chi si appresta a considerarlo un vero e proprio lavoro.

Forse anche tu ti riconoscerai nelle mie risposte. Partiamo dalla domanda più semplice…

Perché vuoi fare il giornalista?
Per capire la realtà che viviamo. Non soltanto per spiegarla agli altri, ma per mettere ordine nel caos del flusso di input, di informazioni che ascoltiamo e che vanno interpretate, prima di essere trascritte. Il giornalismo, almeno per come lo intendo io, è un modo per conoscere la realtà senza subirla completamente. È la maniera più diretta per leggere le sfaccettature di una notizia, analizzarle e farle proprie, prima di elargirle al pubblico interessato.

È ancora questo il senso del giornalismo oggi?
Certamente il giornalismo oggi è più complicato che in passato. Viviamo in un periodo storico in cui tutti raccontano tutto, continuamente. Il giornalista non è più l’unico filtro, né il più veloce. E allora il giornalista deve essere qualcos’altro: qualcuno che seleziona, verifica, ma soprattutto dà profondità alle notizie. Non basta arrivare prima, bisogna arrivare meglio, ovvero prendersi il tempo necessario per capire, anche quando il tempo non c’è. Significa accettare che la verità non è quasi mai immediata. E significa anche rinunciare alla tentazione di semplificare tutto solo per ottenere attenzione.

I social hanno cambiato questo lavoro?
Radicalmente. I social sono una piazza permanente: utilissima sotto certi aspetti ma pericolosa allo stesso tempo. Ti danno accesso diretto alle persone, ma ti spingono anche verso la superficialità, verso la reazione immediata. Il rischio è diventare commentatori più che giornalisti. Non sempre si riesce a sfuggire a queste logiche. La pressione di esserci, a dire qualcosa subito, è costante. Ma spesso è semplicemente emotività. La vera sfida è scegliere quando tacere. Che è una forma di responsabilità che si vede sempre meno.

Essere giornalista oggi è più difficile o più facile rispetto al passato?
Entrambe le cose. Secondo me è più facile iniziare: basta uno smartphone! Strumento polifunzionale che funge da microfono per le interviste, da notebook per prendere appunti, e da pc per editare un articolo. Ma oggi è molto più difficile essere credibili: le fake news impongono una verifica continua delle fonti. E la fiducia del lettore è diventata per questo motivo fragile: una volta persa è quasi impossibile recuperarla. Allo stesso tempo tracciare una strada per essere riconosciuti nella propria identità diventa più complicato, vista la multiforme offerta di strumenti e fonti di informazione, sia cartacei che online.

Di cosa ha più bisogno oggi il giornalismo?
Il giornalismo oggi non dovrebbe limitarsi a fotografare i problemi, ma assumersi la responsabilità di illustrare le possibili vie d’uscita. Raccontare cosa funziona, e perché funziona, non significa addolcire la realtà, ma renderla più comprensibile e, soprattutto, più affrontabile. In un panorama mediatico spesso dominato da allarmismo e polarizzazione, il giornalismo costruttivo può offrire al lettore gli strumenti per orientarsi, e stimolare un senso di responsabilità collettiva. Oltre a trasformare l’informazione in un motore di cambiamento, anziché in un semplice specchio delle crisi.

Ultima domanda: ha ancora senso fare il giornalista?
Direi di sì. Proprio perché viviamo in un tempo confuso, veloce, vorticoso. Forse oggi il giornalismo non serve a dare certezze, ma a porre domande migliori. Serve a rallentare, a chiarire, a mettere in dubbio qualsiasi certezza virtuale. E alla fine, forse, il ruolo del giornalista si può sintetizzare proprio così: non smettere di cercare la verità, anche sapendo che può essere parziale o incompleta. Ma continuare a fare domande. Anche a sé stessi.

Michele Vetrugno

Michele Vetrugno, aspirante pubblicista, corsista del percorso formativo di DiventareGiornalista.it e autore di questa intervista.

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Un giornalista si intervista allo specchio

Michele Vetrugno

Michele Vetrugno, medico oculista da più di 30 anni, con la passione per la chirurgia e la scrittura. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su tematiche di ricerca clinica e chirurgica.

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