Parlare della situazione attuale nella Striscia di Gaza impone sempre come presupposto una certa prudenza. Una  cosa possiamo affermarla senza sbilanciamenti, perché retta dai fatti. Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas siglato il 19 gennaio, a distanza quindi di ben due settimane, regge. La prova del tempo è un fattore di per sé positivo e tutt’altro che scontato. Dimostra la volontà di entrambe le parti di arrivare a qualcosa di più duraturo, e se di pace non si può parlare si può almeno sperare in una tregua stabile.

Un’ulteriore dimostrazione di questa volontà è il fatto che il 31 gennaio Israele ha riaperto il valico di Rafah, al confine con l’Egitto che ha concesso il suo benestare al transito di persone e convogli di aiuti internazionali diretti a Gaza. Apertura, quella egiziana – anche questa affatto ovvia – che concede agli operatori umanitari internazionali di cominciare ad usare due concetti sospesi da tempo, come “ricostruzione” e, cosa ancora più urgente, “aiuto sul campo”.

La situazione nella Striscia di Gaza

I 16 mesi di conflitto senza quartiere tra Israele e Hamas lasciano una situazione nella Striscia che necessita di intervento immediato. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, oltre alle 47.100 vittime, sono presenti in tutto il territorio 111.100 persone gravemente ferite, che necessitano di cure di medio e lungo termine.

Circa 2 milioni di persone sono senza cibo, acqua, servizi igienico sanitari, elettricità. Mancano gli stessi ripari, dato che l’85% degli edifici è andato distrutto. Tra i detriti si nascondono ordigni inesplosi che rischiano di far crescere ancora di più il bilancio.

L’intervento internazionale

Di fronte a queste necessità, fino ad oggi, il resto del mondo ha potuto fare, concretamente, ben poco, per il ferreo controllo israeliano sui convogli che entravano in Gaza e lo sciacallaggio degli stessi, una volta entrati, che subivano da parte dei miliziani. L’intervento diplomatico è stato invece fittissimo e ha coinvolto diversi Paesi, Stati Uniti in primis. Un lavoro rivelatosi fondamentale per arrivare alla tregua odierna.

Sebbene L’Ue durante tutto la durata della guerra non abbia avuto un ruolo diplomatico determinante, è stata sempre in prima linea nello stanziare fondi e reperire aiuti umanitari. Dall’inizio delle ostilità l’Unione è quella che ha contribuito economicamente più di ogni altro, con 1,26 miliardi raccolti fino al 2024, 3800 tonnellate di aiuti inviati attraverso corridoi ponti aerei e corridoi marittimi organizzati dalla stessa Ue.

Con l’apertura del valico di Rafah, chiuso da maggio 2024, l’intervento umanitario europeo subisce adesso una nuova spinta propulsiva.

La missione Eubam

Alla vigilia del cessate il fuoco la Commissione europea annuncia lo stanziamento di ulteriori 120 milioni per il 2025. Ma con le vie d’accesso chiuse, i soli soldi valevano sostanzialmente ben poco se questi fondi poi non si traducevano in aiuti concreti e operatori specializzati che potessero entrare nel territorio e fornire aiuto alla popolazione stremata.

L’accordo per il cessate il fuoco consente l’ingresso quotidiano nella Striscia di Gaza di 600 convogli di aiuti, coordinati in primo luogo dall’Europa che, con la sua fittissima rete di organizzazioni internazionali partner, per la stretta politica di controllo che su di essi opera, viene individuata da Israele e Autorità Palestinese come organismo internazionale più affidabile per assumere questo ruolo.

Il tutto è gestito dalla missione Eubam, che a febbraio 2025, dopo 18 anni, ha ripreso la sua attività nella Striscia. Suo il compito di coordinare gli aiuti a Gaza ma soprattutto di assicurare il transito in Egitto di un massimo di 300 feriti e malati palestinesi al giorno, vera emergenza in questo momento. Operazione che senza questo intervento richiederebbe fino a dieci anni, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Eubam inoltre si occuperà di organizzare e formare le forze che dovranno garantire la protezione e il ricovero della popolazione civile.

Il ruolo dell’Italia

Di primo piano, all’interno della missione, è il ruolo dell’Italia.

Striscia di Gaza, Carabinieri al valico di Rafah

Oltre a fornire ufficiali dei Carabinieri specializzati in missioni umanitarie all’estero, la nostra Difesa si è occupata della formazione di tutta la forza europea ( dalla Gendarmeria francese e dalla Guardia Civil spagnola) che parteciperà alla missione, e della fornitura dei mezzi di trasporto e logistici.

Una missione, quindi, che si propone non solo di affrontare l’emergenza in atto ma “di giocare un ruolo decisivo nel sostenere la tregua“, per usare le stesse parole di Kaja Kallas, titolare degli Esteri europei.

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Andrea Pezzullo

Redattore, autore e conduttore radiofonico. Lo sguardo ben puntato su ciò che succede oggi intorno a noi. Mi occupo di attualità, economia e lavoro. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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