I contenuti negativi su internet sono spesso provocatori, potenti e pervasivi. Potremmo definirli addirittura tossici. La cosa più allarmante è che certe notizie raggiungono questa viralità tossica facendo leva sulle nostre emozioni più primitive.

Gli esseri umani sono psicologicamente programmati per condividere le cattive notizie: una sorta di meccanismo di difesa ancestrale che serviva per difenderci da situazioni di pericolo quando ancora i nostri antenati vivevano nelle caverne. Oggi, la cronaca nera, le campagne diffamatorie, gli scandali politici, fino al gossip delle celebrità, fanno scattare lo stesso comportamento virale.

E qui sta il fascino pericoloso del contenuto negativo: l'impulso di reagire alla negatività è nella nostra natura e, purtroppo, può essere facilmente sfruttata.

Con l'attuale rincorsa all'audience, alcuni media sfornano in continuazione contenuti negativi, strillando titoli a volte in modo forzato, perché è un modo facile per attirare lettori, pagine viste e di conseguenza introiti pubblicitari.
La negatività non è solo deprimente per i lettori: è anche un male per gli editori.
Il vecchio principio secondo cui le cattive notizie fanno vendere, sta rapidamente scemando. Apparentemente si tratta di un modello di business semplice ed efficace: titoli acchiappa-click e sensazionalismo attirano opinioni e azioni, e la prospettiva di rendere virali le notizie attrae certamente gli inserzionisti. Ma di fatto le persone sono sempre più stufe del diluvio di indignazione che piove dai mass-media.

Inoltre, la negatività non è più così redditizia come una volta. Per quanto ci piaccia avere qualcosa contro cui prendercela, l'esposizione costante a messaggi negativi ci contagia con la cosiddetta "impotenza acquisita", ovvero la convinzione che il mondo sia un posto pericoloso e che non abbiamo alcun potere per fare qualcosa.

Dopo aver visto solo tre minuti di notizie negative, le . . .

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