Nella giornata dell’accoglienza che si celebra oggi, 3 ottobre, in ricordo della strage di Lampedusa in cui nel 2013 persero la vita 368 migranti,  raccontiamo la storia e i progetti dell’associazione sociale Don Bosco 2000 di Piazza Armerina, in provincia di Enna.

Stiamo assistendo, inoltre, ad una delle crisi migratorie più importanti degli ultimi anni per cui una situazione così complessa va gestita con umanità, intelligenza e lungimiranza. L’associazione è una delle realtà che più crede a questa missione.

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La peculiarità di questo centro d’accoglienza migranti è emblematicamente rappresentata dal progetto di cooperazione internazionale che la contraddistingue e che porta il nome di “migrazione circolare”. Come recita il nome, esso mira ad accogliere ed a formare i giovani migranti, dando loro l’opportunità di essere volano di sviluppo nei Paesi di provenienza.

La storia dell’associazione sociale Don Bosco 2000

L’associazione Don Bosco 2000 nasce nel 1998, ma soltanto diciotto anni più tardi, nel 2016, decide di investire nella cooperazione internazionale. Sin dalla nascita, però, l’obiettivo è chiaro: promuovere lo sviluppo umano integrale, con un particolare sguardo ai giovani e alle emergenze del tempo presente.

Il nome del santo “sociale” piemontese, don Giovanni Bosco, e il sistema educativo da lui elaborato ed applicato alla nascente società salesiana, ispira l’opera dell’associazione. Per il santo piemontese, la ragione, la religione e l’amorevolezza costituiscono le armi migliori con cui educare i giovani, particolarmente quelli che vivono in situazioni di disagio.

Valori che l’associazione Don Bosco, dal 2011, prova a declinare nell’ambito della formazione ed accoglienza migranti, nei quattro centri dislocati in Sicilia. In queste sedi, uomini e donne, adulti e minori famiglie con bambini, vengono accolti attraverso il modello dell’accoglienza integrata.

Le migrazioni come fattore di sviluppo circolare

Il fiore all’occhiello della Don Bosco, però, è sicuramente il progetto di cooperazione denominato “migrazione circolare”, inaugurato nel 2016. Ovvero, l’anno in cui ha fatto ritorno in Senegal, al villaggio dal quale era partito per approdare in Italia, il primo migrante “circolare”.

Attraverso la sua mediazione, la Don Bosco inizia a cooperare con le istituzioni locali per la creazione di start up agricole e progetti di micro-credito. Situazioni che verranno replicate anche in contesti affini, come in Gambia e in Mali, grazie all’arrivo di altri migranti.

È così che in villaggi poverissimi, privi di qualsiasi cosa, incominciano ad intravedersi orti, pollai e quelle infrastrutture basiche necessarie a sfamare le popolazioni locali, dare lavoro ai giovani e offrire loro un’opportunità per non essere costretti ad emigrare.

Lo sviluppo circolare legato alle migrazioni

Dal 2014 ad oggi le persone che risultano morte o disperse nel Mediterraneo ammontano a 28.000, secondo il rapporto presentato da Save the Children. Numeri che mostrano in tutta la loro crudezza la gravità di una situazione divenuta intollerabile.

Associazioni come la Don Bosco 2000, da parte loro, offrono un modello da promuovere per tentare di dare un indirizzo al fenomeno migratorio non soltanto “in entrata”, ma anche “in uscita”. A questo proposito, va sottolineato lo sforzo profuso dall’associazione anche nei campi dell’integrazione e della formazione.

Il centro d’accoglienza gestisce infatti un progetto denominato “impresa sociale”. Il fine è quello di fare del turismo e della cultura (ma anche dello sport) dei veicoli d’integrazione, attraverso la conoscenza e condivisione di servizi ed attività. A tal fine, l’associazione possiede un ostello, una sala cinematografica ed un centro multimediale, in cui i migranti sono coinvolti attivamente.

Un contributo ad un problema epocale

L’associazione Don Bosco – ha osservato il presidente Mattarella, lo scorso 21 settembre –  costituisce un’esperienza unica nel suo genere per via della capacità di accoglienza e integrazione che offre. Ma, soprattutto, perché capace di inserire i migranti in “progetti di crescita e realizzazione personale, incentivando, attraverso di loro, programmi nei Paesi d’origine”, ha sottolineato il capo dello Stato.

Attraverso le esperienze e le competenze acquisite grazie al lavoro di realtà come la Don Bosco, infatti, i migranti sono in grado di organizzare attività professionali ed economiche nei contesti da cui sono fuggiti, contribuendo a creare aspettative e opportunità di sviluppo nei luoghi di provenienza. È a questa circolarità virtuosa che si deve guardare, se si desidera dare una risposta lungimirante ad una sfida epocale come quella migratoria.

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Diego B. Panetta

Giurista con specializzazioni in campo notarile, societario e canonistico. Accanto alle norme, una grande passione per la retta filosofia, senza la quale codici e leggi possono ben poco. Autore di tre libri, collabora inoltre con riviste specializzate e testate online, tra cui BuoneNotizie.it.

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