Essere madre può essere una delle esperienze più intense e meravigliose della vita. Nell’immaginario collettivo, si celebra a tutti gli effetti il mito della maternità, per cui una neo-mamma, identificata ancora troppo spesso come angelo del focolare, sarebbe naturalmente predisposta ad affrontare con il sorriso le sfide che una nascita porta con sé. Eppure, oggi, non si parla abbastanza dei sentimenti di sopraffazione e inadeguatezza che molte donne affrontano nel periodo post-partum a causa di un cambiamento di vita così radicale.

Cos’è il baby blues e come uscirne

Secondo l’idealizzazione della femminilità nel contesto materno, una donna che accoglie una nuova vita dovrebbe sentirsi solo felice e appagata. Nella realtà, essere madre comporta un forte stress psico-fisico dal momento del parto ai giorni immediatamente successivi. A causa degli squilibri ormonali e delle difficoltà contingenti, potrebbe insorgere una sorta di malinconia chiamata “baby blues” o “maternity blues”, che caratterizza il 70-80% delle puerpere, secondo quanto riporta il sito del Ministero della Salute alla voce “Salute della donna” per il 2023.

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I sintomi connessi a questo fenomeno si traducono in forte instabilità emotiva, tristezza ingiustificata, irritabilità e disturbi del sonno. Di solito, il baby blues, detto anche “sindrome da terzo giorno”, insorge infatti al terzo giorno dal parto e si estingue nelle due settimane successive. Si discosta quindi dalla depressione post-partum, in quanto non si tratta di un vero e proprio stato patologico e non richiede intervento terapeutico. Ma se i sintomi dovessero perdurare nelle settimane successive, è opportuno chiedere aiuto professionale.

Per contrastare la malinconia, è fondamentale che la neo-mamma si ritagli dei piccoli momenti per cura di sé, deleghi oneri per quanto possibile a chi le sta vicino, mantenga vivo il rapporto con il partner, se ne ha uno e, più in generale, si confronti con altre persone, ancor meglio se si tratta di donne che hanno vissuto, o stanno vivendo, le medesime sensazioni.

Essere madre oggi: dal baby blues alla teoria del "good enough". Neomamma triste sdraiata sul letto (Unsplash- Yuris Alhumaydy).

Essere madre “equilibrista”: fra stereotipi e aspettative

Uno studio riportato su Journal of Reproductive and Infant Psychology, indaga su un campione di 24 donne i sentimenti di smarrimento provati con l’arrivo della maternità, dovuti alla pressione del confronto con un’ideologia stigmatizzata: si presuppone, infatti, che la mamma sia subito in grado di prendersi cura dei propri bambini e che sia soddisfatta esclusivamente da tale ruolo. Gli standard che etichettano ancora una madre come “buona” o “cattiva” avrebbero portato diverse donne ad avvertire una discrepanza fra realtà e aspettative, sentendosi schiacciate sotto il peso di quest’ultime.

Nel 1963, l’attivista Betty Friedan ha pubblicato il saggio dal titolo “La mistica della femminilità”, in cui ha portato alla ribalta la comune insoddisfazione che ha caratterizzato molte donne americane degli anni ’60, costrette a rinunciare alla realizzazione professionale per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga. Da qui è divampata fra gli anni ’60 e ’70 un’ondata femminista, volta a destrutturare i costrutti sociologici del fenomeno, ponendo l’accento per la prima volta sul concetto di sacrificio legato alla maternità non riconosciuto dalla rigida moralità maschilista.

Sebbene oggi essere madre non significhi dover rinunciare a coltivare la sfera sociale e professionale, i compromessi a cui deve sottostare sono ancora ingenti. Lo studio di Save the Children del 2023 dal titolo “Le equilibriste” rivela che, in caso genitorialità, le donne molto più degli uomini tenderebbero a lasciare il lavoro, ridimensionare le prospettive di carriera o scegliere soluzioni part-time. I dati Istat del 2022 mostrano come il gender gap nel tasso di occupazione fra 25-54enni aumenti con l’arrivo della prole: se le percentuali di occupazione si attestano al 76,1% per gli uomini e al 67% per le donne, rispettivamente in assenza di figli, raggiungono il 90,8% per i primi e il 56,1% per le seconde, in presenza di due o più figli.

Come essere una madre “sufficientemente buona”

Il termine “the good enough mother”, coniato dal pediatra e psicoanalista britannico D. W. Winnicott, fa luce sulla ricerca di un equilibrio fra essere istintivamente presenti come madri e fare sperimentare al bambino lievi dosi di frustrazione. Se in un primo momento, infatti, la madre “sufficientemente buona” deve mostrarsi devota alla cura del figlio, si auspica che gradualmente gli dia sempre meno attenzioni immediate e totalizzanti, affinché in futuro non viva traumi per lui soverchianti.

Per il benessere tanto del bambino quanto della donna, è evidente che trovare un equilibrio fra vita domestica e vita fuori casa è l’aspirazione chiave dell’essere madri oggi. Campagne di sensibilizzazione a favore dell’incremento del congedo parentale del padre, e podcast in cui si normalizza il concetto di maternità, lasciano ben sperare. “Mamme a Nudo”, il podcast giunto ormai alla seconda edizione con Freeda e disponibile su Spotify, si propone infatti di dare voce all’esperienza concreta di madri di differente estrazione sociale e impiego professionale, abbattendo i sensi di colpa legati alla matrice di genere.

La maternità può rappresentare una delle rivoluzioni più grandi nella vita di una donna, per la quale non si è mai davvero pronti finché non la vive. Non esiste quindi la ricetta perfetta di emozioni da provare o di priorità da definire per essere considerate buone madri. Archiviando i tempi anacronistici delle “supermamme”, è tempo di aprire la strada a madri prima di tutto felici.

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Giulia Polito

Mi piace considerarmi una persona multipotenziale: sto seguendo una carriera in ambito scientifico, ma ho anche una passione per la scrittura e credo fermamente nel potere della divulgazione. Scrivo di tutto ciò che mi incuriosisce e mi appassiona, soprattutto legato a società, cognitive skills e questioni di genere. Collaboro con BuoneNotizie.it e partecipo al laboratorio di giornalismo per diventare pubblicista.

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