C’è un’arte che non si limita a mostrare, ma che tocca, ascolta, si fa pelle. Per Elisabetta Di Sopra, artista e performer, ogni ferita è una traccia da illuminare, ogni relazione è un gesto che cura, ogni corpo è narrazione.
Le sue opere non parlano solo di bellezza, ma di ciò che guarisce. Scopri la sua storia e la sua arte.
L’artista che cura il corpo con l’arte
Per Elisabetta Di Sopra, artista visiva e performer, il corpo non è solo uno strumento espressivo: è luogo di ascolto e trasformazione. Nata a Pordenone, vive e lavora a Venezia, città che l’ha accolta e spinta a mettersi in gioco. Qui ha scelto di diventare madre e di completare il suo percorso formativo all’Accademia di Belle Arti, dove ha scoperto la video-arte come linguaggio capace di dare voce a ciò che la parola spesso non riesce a dire.
«Il corpo racconta anche nel silenzio – spiega l’artista – Basta fermarsi e guardarlo: tutto è già lì. Ho studiato con i docenti Luigi Viola e Carlo Montanaro. Il confronto con Carlo mi ha aperta ad utilizzare il linguaggio video come forma artistica». I suoi video performativi parlano di cambiamento, di lutto, di rinascita, e mettono al centro l’esperienza femminile e maschile, vissuta sul corpo come su una tela viva.
Per l’artista, non si tratta solo di rappresentare il corpo, ma di abitare ciò che si sente, e restituirlo in forma visiva e relazionale. «Ogni donna e ogni uomo attraversano mutazioni – continua Di Sopra – Il corpo cambia, accoglie, si rompe, guarisce. Questo non va nascosto, va condiviso».
Arte che sutura
Uno dei progetti più forti e coinvolgenti di Elisabetta è ispirato al kintsugi, l’antica pratica giapponese di riparare con l’oro ciò che si è rotto. In questo caso, non sono oggetti a essere ricomposti, ma corpi segnati da cicatrici reali: operazioni chirurgiche, parti cesarei, incidenti. «Quelle ferite non devono essere coperte: devono essere raccontate. Il mio gesto è quello di renderle visibili, luminose, attraverso una polvere dorata». L’effetto visivo è intenso, ma lo è ancora di più l’effetto relazionale: chi partecipa a queste performance si sente accolto, guardato, guarito.
Utilizzando vernici atossiche, polvere d’oro e olio di lino, Elisabetta trasforma ogni cicatrice in segno d’arte, in traccia nobile. Ma la vera forza del progetto è il contesto: non solo musei o gallerie, ma anche strutture sanitarie, centri oncologici, luoghi dove il dolore è vissuto ogni giorno.
«L’arte ha senso se entra nella vita. Se cura. Se crea relazione – spiega la performer -L’arte cura quando smette di essere distanza e diventa presenza». Per questo le sue performance non si esauriscono nel gesto estetico: sono esperienze condivise, in cui lo spettatore diventa parte dell’opera. L’eco è immediato. «Le persone si raccontano. Nasce una fiducia spontanea. È come se finalmente qualcuno desse valore a ciò che è stato vissuto». La cura diventa gesto estetico e l’estetica si fa intimità.
Suture e sabbia: la voce di Elisabetta
Nel deserto del Wadi Rum, in Giordania, Elisabetta ha camminato disegnando e poi cancellando tracce effimere sulla sabbia. Una metafora potente di ciò che resta e ciò che passa. «Il corpo è come il paesaggio: cambia continuamente. Ma anche il vuoto, il silenzio, raccontano qualcosa».
In un’altra opera, ha coinvolto una chirurga e una ricamatrice: da un lato un’operazione simulata su un corpo, dall’altro la cucitura su un tessuto. Due gesti diversi, ma entrambi guidati dallo stesso intento: ricucire, rimettere insieme, guarire. Questo intreccio tra arte e cura, tra medicina e creazione, attraversa tutto il lavoro di Elisabetta.
Non a caso, tiene workshop sull’autoritratto dove invita a raccontarsi in un minuto, con video, segni e immagini. «Basta poco per dire qualcosa di vero – conclude l’artista – Il corpo sa sempre dove andare. Che si tratti di performance, installazioni, o incontri, la sua ricerca è sempre radicata nel corpo come spazio di connessione: con sé stessi, con gli altri, con le proprie ferite».
Elisabetta Di Sopra è un’artista che non guarda da lontano, ma tocca, ascolta e trasforma. La sua arte non è decorazione, è presenza viva. È una forma delicata e potente di cura che agisce attraverso la bellezza.


