Ecco cosa serve, oltre alle buone notizie, per cambiare il mondo dell’informazione

Circa 17 anni fa iniziava per me un’avventura e non me ne stavo nemmeno rendendo conto. Appena 26enne, frustrato dalla mole di notizie negative che imperavano su giornali e tv, decisi di fare un’esperimento senza alcuna particolare ambizione, se non il desiderio di dare il mio piccolo contributo al mondo. Nacque così, per gioco, BuoneNotizie.net con l’aiuto di un paio di amici. Eravamo nell’ottobre del 2001, un mese prima ci fu l’attacco alle Torri Gemelle, e non ci pareva possibile che i media parlassero solamente di terrorismo e nient’altro.

Solo un anno dopo, i primi compagni di avventura abbandonarono l’idea, e io decisi di scommetterci ancora di più, comprando il dominio BuoneNotizie.it: fu l’inizio di un percorso difficile e tormentato, fatto di alti e di bassi, successi e insoddisfazioni, sotto al quale stava però l’intuizione e il desiderio che, prima o poi, il modo di fare informazione sarebbe dovuto cambiare, e io volevo dare il mio contributo. Da questa considerazione è derivata la tenacia, ostinata fino a sconfinare secondo alcuni nella testardaggine, di continuare a sperimentare e portare avanti questo lavoro fino ad oggi.

Ma oggi cosa è cambiato rispetto al 2001, quando partì BuoneNotizie? Nel 2008, grazie a studi di psicologia positiva applicata al giornalismo da parte di due ricercatrici, viene coniata la definizione di giornalismo costruttivo, ovvero un approccio che ha lo scopo di innovare il mondo dell’informazione attraverso lo sviluppo di metodi e parametri che portino i giornalisti ad inserire all’interno della normale attività redazionale aspetti più positivo-propositivi e maggiormente focalizzati sulle soluzioni, oltre che sui problemi.

Fu un cambio di paradigma importante che, a 10 anni di distanza, è stato adottato con successo da colossi editoriali oltreconfine come il New York Times, The Economist, Huffington Post, The Guardian, solo per citarne alcuni, con la riconquista della fiducia dei lettori, e quindi dell’audience, e di conseguenza dei ricavi.

I Paesi che per primi sono riusciti ad avvantaggiarsi in questi anni di questo nuovo approccio, ovvero Stati Uniti e Nord Europa, ora fanno scuola. L’Italia, si sa, è sempre un po’ indietro: nel 2014 abbiamo parlato qui di un nostro progetto di giornalismo costruttivo che abbiamo chiamato Constructive News Project, dopo esserci trasferiti con tutta la redazione a Londra per approfondire con alcuni colleghi inglesi questo nuovo approccio, ma la novità ha suscitato più che altro scetticismo e incomprensione.

Sono stati anni di solitudine, come testimonia anche Assunta Corbo in un suo post su Facebook, una delle pochissime voci ad aver toccato l’argomento con risultati frustranti come i nostri, attraverso il suo blog “That’s Good News”. Questa solitudine è finalmente finita, poiché proprio insieme ad Assunta abbiamo dato vita in questi giorni all’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, che vuole diventarne il punto di riferimento in Italia.

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Occuparsi infatti di sole “buone notizie” significa essere su un treno già passato, già visto, già sperimentato, che è stato certamente il primo passo, fondamentale, e che personalmente non rinnego, oggi evolutosi in un più completo, rigoroso, efficace modo di fare informazione: il giornalismo costruttivo.

Per questo motivo da oggi anche questa testata, che manterrà il suo nome, cambierà gradualmente linea editoriale, facendo riferimento ai princìpi del giornalismo costruttivo e che presto publicheremo sul nostro nuovo sito GiornalismoCostruttivo.com.

Gli obiettivi della neonata Associazione sono molto ambiziosi, e ve li sveleremo poco per volta. Grazie a tutti i lettori per averci dato fiducia ed averci seguito fino a qui. Continuate a farlo perché da oggi sarà tutta un’altra storia!

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