I disastrosi effetti della natura sull’uomo (o forse dovremmo dire il contrario) può essere la nuova di lettura di questa pandemia.

In questo periodo di grande apprensione stiamo iniziando a renderci conto della vulnerabilità dell’uomo, intesa come specie. La pandemia ci sta facendo percepire un po’ di più quel senso di finitezza e limitatezza, di tempo, di risorse, di potere nei confronti del virus (e della natura) che forse non ci aveva mai toccati prima come in questo momento.

Eravamo abituati a disporre delle leggi della natura a nostro piacimento. Gli effetti di questa pandemia, intesa come l’ultimo dei disastrosi effetti della natura sull’uomo (o forse dovremmo dire il contrario), ci sta lasciando attoniti e rendendo più sensibili nei confronti del nostro pianeta con una nuova presa di coscienza.

Da tempo scienziati di tutto il mondo hanno cominciato a lanciare moniti sui rischi a breve, medio e lungo termine, dell’eccessivo sfruttamento e inquinamento ambientale. Nell’ormai lontano 1992 con il Summit sulla Terra di Rio de Janeiro, le Nazioni Unite, avevano iniziato ad occuparsi di clima. In quell’occasione fu varato il trattato ambientale denominato Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), con lo scopo di ridurre le emissioni di gas serra alla base del global warming, ovvero il riscaldamento globale. Da allora quasi ogni anno gli Stati firmatari si riuniscono nelle Conferenze delle Parti (COP) per discutere e varare nuovi  provvedimenti, anche se purtroppo non sempre con esiti soddisfacenti. Ma il global warming è solo uno degli effetti del cambiamento climatico.

Negli ultimi anni si sono sempre più intensificati fenomeni violenti quali tifoni, uragani, maremoti e incendi furiosi, e fenomeni più lenti, e altri apparentemente meno impattanti, come desertificazione, scioglimento dei ghiacciai e conseguente innalzamento dei mari, acidificazioni delle acque, migrazione di animali. Ondate di calore e l’eccessiva umidità estiva si alternano sempre più spesso anche a fenomeni invernali opposti estremi, con temperature che scendono sotto le minime stagionali. Anche se la tendenza è quella di inverni sempre più miti, lo sconvolgimento climatico in generale causa effetti di assoluta imprevedibilità anche per i meteorologi.

Il cambiamento climatico è stata probabilmente la contropartita dello sviluppo delle competenze umane, un evento inevitabile che ha avuto inizio dalla seconda metà del Settecento, con l’avvento della rivoluzione industriale. Dalle prime misurazioni avvenute nel 1850 in cui si è cominciato a registrare un aumento della temperatura terrestre di 0,07°C per decennio si è man mano andata a notare una tendenza di innalzamento quasi esponenziale.

Nell’ultimo secolo si calcola che la temperatura sia aumentata di 1°C e le previsioni stimano che, senza interventi seri, entro la fine del secolo raggiunga i 3-5°C. Secondo le modellizzazioni adottate dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici) si presume che tale previsione di aumento sia anche sottostimata.

Gli interventi da adottare per invertire questa tendenza sono tanti, troppi, ma necessari. Occorre eliminare o almeno ridurre il più possibile le cause dell’inquinamento come l’uso delle fonti energetiche che maggiormente liberano CO2, come carbone, petrolio, gas di scarico di motori, allevamenti intensivi di bestiame. Bisogna inoltre porre un freno al disboscamento dissennato di intere aree del Pianeta e ridurre l’uso indiscriminato della plastica.

In troppe nazioni però le politiche non vanno affatto in questa direzione. Basti pensare a quello che sta accadendo nella Foresta Amazonica, il più grande polmone verde della Terra, dove ogni anno migliaia di ettari di foresta vengono abbattute per far posto alla coltivazione di soia, mais ed altri vegetali da parte di grandi produttori con l’avallo dei Governi locali mettendo così in pericolo la stessa sopravvivenza di tantissime specie animali e vegetali locali, oltre che delle tribù Indios che la popolano, arrecando gravi danni alle loro economie prevalentemente di sussistenza.

Di contro bisogna riconoscere che in altri Paesi come quelli dell’Europa Settentrionale, Svezia, Danimarca, Islanda in testa, dell’Asia come Singapore e di altri continenti come la Nuova Zelanda si stanno facendo sforzi enormi per ridurre l’inquinamento atmosferico con lo sfruttamento di fonti energetiche pulite, come vento, sole, acqua, con la realizzazione di grandi aree verdi intorno e/o al centro delle città, con la diffusione di mezzi di trasporto alternativi ed eco-friendly.

In tutto il mondo c’è attenzione alla salvaguardia di specie in via di estinzione come il rinoceronte bianco africano, la tigre del Bengala, il pangolino asiatico e via dicendo. C’è chi si occupa di ripulire i mari e gli oceani infestati ormai da tonnellate di rifiuti di plastica che minacciano la sopravvivenza di tante specie marine.

Tutto questo però non è ancora sufficiente: è necessaria una presa di coscienza del problema ambientale da parte di tutti. Anche la stessa pandemia rappresenta la conseguenza della rottura dell’equilibrio tra uomo e natura: è il grido di aiuto e nello stesso tempo la ribellione di una natura da troppo tempo violata, saccheggiata e sottomessa ai nostri interessi.

Mi piace chiudere con un antico proverbio citato di recente:

Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai.

Papa Francesco

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