Iran: si vota per il Parlamento

di 14 Marzo 2008Marzo 5th, 2017Attualità

Nei sobborghi di Teheran, così come nelle aree periferiche del Paese, non si respira più l’entusiasmo che c’era soltanto 3 anni fa. Quando nel 2005, in una tornata elettorale caratterizzata dall’astensionismo, Ahmadinejad vinse le elezioni presidenziali promettendo una più equa redistribuzione delle entrate petrolifere, molti iraniani erano carichi di speranza. Dopo anni di governi sedicenti riformisti, ultimo quello di Khatami (oggi tornato in auge) e di promesse disattese miste alla repressione del dissenso, l’ex sindaco di Teheran Ahmadinejad sembrava essere l’uomo giusto. Di estrazione sociale modesta, vicino al popolo, sempre in abiti informali proprio a sottolineatura di questa sua vicinanza alla gente comune e più povera, promuovendo una politica sociale che venisse incontro alle famiglie, aveva conquistato la fiducia degli iraniani. Pur essendo un noto conservatore di ferro, ex pasdaran (le guardie della Rivoluzione di Khomeyni nel ’79), divenne presidente.

Oggi l’Iran si sente molto più minacciato, le dichiarazioni e le provocazioni di Ahmadinejad ne hanno fatto un Paese potenzialmente in pericolo, con Israele in primis e Stati Uniti che gradirebbero volentieri un cambio di regime. La popolazione non è più contenta come nel 2005 ma, a conti fatti, si sente oppressa più di prima. Le restrizioni anche sociali e sui costumi imposte dal nuovo Presidente hanno riportato l’Iran indietro in tema di diritti umani e garanzie dei cittadini. Sono tornate le pubbliche esecuzioni, anche per reati come l’omosessualità e il dissenso politico (mascherato come “offesa all’Islam”). L’isolamento da parte degli Stati Uniti ha reso le condizioni economiche non ancora disastrose, ma sicuramente molto difficili. Le politiche di sovvenzioni alle famiglie provocano una spesa pubblica insostenibile, il debito aumenta e l’inflazione è alle stelle (secondo alcune stime fino al 20%).

In questo clima gli iraniani sono chiamati a rinnovare il Parlamento, in attesa dell’elezione del nuovo Presidente, prevista per l’anno prossimo. Nelle piazze vi sono pochi comizi, ma quando arriva Khatami (il predecessore di Ahmadinejad ed esponente dell’ala riformista del parlamento) la folla è tanta. Si respira voglia di cambiamento, per poter essere più sicuri all’interno (economicamente e socialmente) e da minacce esterne (l’oltranzismo verbale dell’attuale Presidente, oltre alla questione nucleare, non fa dormire notti serene ai propri cittadini). Già questo appuntamento potrebbe segnare una prima debacle per Ahmadinejad, qualora dovesse venire fuori un segnale di rinnovamento –sempre nell’ambito della politica iraniana, in cui gli uomini sono sempre gli stessi…- parlamentare. Più della metà della popolazione è sotto i 30 anni. I giovani, vero traino del Paese, potrebbero essere stanchi e voler voltare pagina, in un Paese che, nonostante le campagne di disinformazione occidentali, è paradossalmente uno dei più “democratici” della regione, in cui le elezioni sono davvero un momento di responsabilità popolare.

Ma per far sì che qualcosa cambi, anche le politiche occidentali dovrebbero prendere una strada diversa. Sentirsi costantemente sotto la minaccia delle bombe israelo-americane rafforza solo la posizione di Ahmadinejad. Nei momenti difficili, la storia insegna, quando c’è più bisogno di unità nazionale, il popolo si stringe intorno al proprio leader, chiunque esso sia, perché è lui che lo rappresenta.

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