E' sempre esistito, ma questo non significa che sia impossibile da affrontare. Ieri non aveva un nome, ma oggi che gliene è stato dato uno è più facile parlarne, e soprattutto agire, per arginarlo. Il bullismo è una parola che svetta con quotidiana frequenza nelle cronache giornaliere per indicare un fenomeno che riguarda un adolescente su cinque e che si concentra soprattutto nelle scuole. Ma può esistere in tutti i quartieri, le città, e i contesti socio-culturali, perché quello che spaventa è l'essere diversi. E, a quello che non si comprende, si dà un nomignolo sgradevole nel "migliore" dei casi, e si arriva all'umiliazione fisica e morale nel peggiore.

Negli ultimi anni, proprio perché il fenomeno è uscito dall'anonimato sono state tante le iniziative a cui hanno dato vita istituzioni e associazioni. Si è compreso che non si è di fronte a ragazzi "cattivi", ma a persone che per svariate ragioni sociali e caratteriali decidono di "interpretare" un ruolo: ci sono vittime che poi diventano bulli, bulli che si trasformano in vittime.  Perché spesso aggressore e aggredito hanno caratteristiche comuni che poi prendono strade diverse. Il contesto familiare, forme di timidezze e di insicurezze che assumono tratti violenti o remissivi: tutto questo può contribuire a creare vittime e aggressori.

In base ai dati della ricerca svolta nell'ambito del Progetto europeo " Antibullying Campaign" su 16.227 giovani delle scuole superiori di 5 Paesi tra cui l'Italia, un ragazzo su due dice di aver assistito a episodi di bullismo, il 15% di esserne stato vittima, mentre il 16% ammette di essere un bullo.  Secondo la ricerca, le prime avvisaglie di bullismo si possono riscontrare già dalle scuole elementari (e persino alle materne), dove si vedono le prime forme di prevaricazione. Ed . . .

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