Nuovamente il Kosovo è epicentro della tensione nei Balcani. Il 14 Giugno il portavoce dell’Alto rappresentante UE , Peter Stano ha sottolineato come il Presidente del paese balcanico non abbia concretamente ancora risposto agli appelli di Bruxelles e Washington per fare passi decisivi per ridurre le tensioni. Nei piani Europei ci sono quindi dei provvedimenti con effetto immediato e reversibili come “la sospensione di visite e contatti di alto livello” e il congelamento del sostegno economico al Kosovo.

La situazione è precipitata lunedì 29 maggio con i violenti scontri nel Nord del Paese tra i manifestanti di etnia serba e le forze dell’ordine kosovare. Per sedare la situazione la polizia locale ha richiesto l’intervento della KFOR, forza militare internazionale di cui fa parte anche un contingente militare italiano, guidata dalla Nato, responsabile di ripristinare l’ordine e la sicurezza. Purtroppo nel contingente internazionale sono rimasti feriti 30 militari: 22 italiani e 19 ungheresi.

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Queste manifestazioni hanno radici nelle elezioni locali del 23 aprile, indette perché i rappresentanti serbi-kosovari si sono dimessi prima della fine del loro mandato. Quindi i quattro comuni settentrionali a maggioranza serba sono andati al voto nuovamente, ma i rappresentanti dei partiti serbi hanno chiesto ai propri cittadini di boicottare le urne, infatti l’affluenza è stata solo del 3,5% , consegnando di fatto la vittoria dei consigli comunali ai rappresentanti del partito albanese kosovaro.

L’azione e gli obiettivi della missione KFOR

La KFOR è una forza militare internazionale guidata dalla NATO, responsabile di ristabilire l’ordine e la pace in Kosovo. La missione definita KFOR entra nella regione il 12 giugno 1999 su mandato delle Nazioni Unite, con la Risoluzione n.1244 emanata dal Consiglio di Sicurezza. All’epoca il Kosovo stava affrontando una grave crisi umanitaria. Gli scontri tra l’esercito della Repubblica Federale di Jugoslavia e le forze dell’Esercito di Liberazione del Kosovo alimentavano la tensione tra i gruppi etnici. La Missione KFOR aveva il compito di proteggere la popolazione civile. Poi il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. Dopo la dichiarazione d’indipendenza, la presenza della KFOR aumenta.

Dal primo marzo 2011 all’agosto 2019 sono stati schierati in Kosovo due Gruppi Multinazionali da battaglia di cui uno a comando italiano, un reggimento carabinieri MSU composto esclusivamente da militari dell’Arma dei carabinieri e un reggimento con funzioni di riserva tattica multinazionale.

Dal 2020, la KFOR è costituita da 27 nazioni contributrici, con una forza di oltre 3.400 persone tra militari e civili.  Attualmente si occupa di garantire la libertà di movimento e un ambiente sicuro per tutti i residenti kosovari. Inoltre sostiene le istituzioni civili, la creazione di un sistema giudiziario e penale, l’avvio di un processo elettorale e supporta l’ordine pubblico e gli altri aspetti della vita politica, economica e sociale del Paese.

I tentativi per raffreddare la situazione attuale

Lunedi 5 e martedì 6 giugno, il rappresentante speciale dell’UE per i Balcani Miroslav Lajkak e l’inviato americano per i Balcani Occidentali Gabriel Escobar sono stati in missione a Belgrado e Pristina, con l’obiettivo principale di placare le nuove tensioni hanno incontrato il premier del Kosovo chiedendo di proclamare nuove elezioni anticipate con la partecipazione dei serbi del Kosovo. Gabriel Escobar ha confermato la volontà del Presidente della Serbia di utilizzare la sua influenza affinché i serbi kosovari possano partecipare alle nuove elezioni.

Le dichiarazioni e la posizione dell’Unione Europea

La Commissione Europea con il capo della diplomazia europea Josep Borrell si allinea con la richiesta di nuove elezioni nel Nord del Paese, inoltre vuole promuovere i preparativi per la creazione dell’Associazione delle municipalità a maggioranza serba in Kosovo.

La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nel discorso programmatico al Forum sulla Sicurezza Globale a Bratislava ha dichiarato:  Vogliamo offrire in anticipo alle popolazioni dei Balcani occidentali alcuni dei vantaggi dell’adesione all’UE“.  La Presidente ha una strategia per avvicinare al mercato unico dell’UE i sei Paesi dei Balcani Occidentali: Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia e Kosovo. Il piano prevede di migliorare l’integrazione economica regionale, accelerare le riforme fondamentali e aumentare i fondi di preadesione, ossia un concreto aiuto finanziario e tecnico per le riforme richieste dall’UE ai Paesi candidati ad entrare. Secondo la Presidente della Commissione:  “i Balcani occidentali potrebbero entrare  immediatamente a far parte del nostro mercato unico digitale in settori quali il commercio elettronico o la sicurezza informatica”.

Cos’e l’OSCE e il suo piano per il Kosovo

Le origini dell’OSCE risalgono ai primi anni ’70, all’Atto finale di Helsinki (1975) e alla creazione della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) che, durante la guerra fredda, è servita da importante foro multilaterale per il dialogo tra Est e OvestL’OSCE Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa,  oggi è formata da 57 Stati partecipanti provenienti dal Nord America, dall’Europa e dall’Asia ed è la più grande Organizzazione di Sicurezza Regionale al mondo. Tutti gli Stati che partecipano alle attività dell’OSCE godono di uno status paritario e le decisioni vengono adottate in base al principio del consenso. ovvero all’accordo della maggioranza dei partecipanti si integrano le obiezioni della minoranza.

L’attività dell’Organizzazione si esplica in tre settori fondamentali. Quello politico-militare, che affronta gli aspetti militari della sicurezza, il settore economico ambientale, che affronta prevalentemente i temi dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico e la dimensione umana dedicata alle tematiche dello stato di diritto ed alla tutela dei diritti umani con l’Ufficio per le Istituzioni e i Diritti dell’Uomo detto ODIHR.

Il piano dell’OSCE in nove punti

La Missione OSCE in Kosovo ha annunciato un piano di nove punti per smorzare le tensioni e riportare entrambe le parti al tavolo del negoziato. Il piano mira a raggiungere la pace e il ritorno dei serbi nel Paese ed alla loro partecipazione attiva alle istituzioni e ai processi democratici.

Si raccomanda la costituzione dell’Associazione dei Comuni Serbi. Il Kosovo dovrebbe ritirare le forze speciali di polizia stanziate nella regione per mantenere l’ordine. Mentre Serbia la dovrebbe ridurre la prontezza di combattimento delle forze armate, che sono state messe in stato di massima allerta dieci giorni fa.  La polizia del Kosovo e le forze della KFOR, dovrebbero essere messe in grado di occuparsi pienamente dell’ordine e della sicurezza del Paese. Le proteste dovrebbero essere annullate e i servizi municipali dovrebbero ripartire. I sindaci albanesi, recentemente eletti, dovrebbero dimettersi entro l’estate di quest’anno.  Proclamare le nuove elezioni entro il 2023. L ‘ODHIR sosterrà il monitoraggio del processo elettorale attraverso il supporto tecnico alle autorità kosovare. Infine l’OSCE coinvolgerà i giovani nei programmi e nei processi di riconciliazione sociale nel quadro del dialogo in corso.

Nei prossimi mesi si capirà come le varie azioni diplomatiche saranno concretizzate nella complicata realtà del Paese e quali riflessi si potranno verificare nello scacchiere europeo.

 

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Gloria Scacchia

Aspirante giornalista pubblicista, ho lavorato per la Farnesina e l’OSCE, mi interesso di  Diritti Umani, Geopolitica, Società, Cultura e Attualità. Scrivo per Buone Notizie.it e frequento il master e il laboratorio di giornalismo costruttivo

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