Alessandro Impagnatiello ha ucciso la compagna Giulia Tramontano il 27 maggio 2023 nella sua abitazione a Senago. Il 30enne è stato arrestato, ha confessato ed è ora in attesa del processo. Basterebbe dare solo queste informazioni su un caso come questo. I femminicidi sono trattati dai media italiani in modo spesso problematico.

Corollario in requiem

A quasi un mese dall’omicidio, se si digita il nome “Giulia Tramontano” sulle barre di ricerca di qualunque quotidiano nazionale, ristrette le finestre temporali agli ultimi giorni, si trovano centinaia di risultati.

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Commenti, editoriali, la dichiarazione del parroco, il funerale, il dolore del paese. L’approfondimento sulla vita di Giulia, sulla vita di Alessandro, sull’amante di lui, sull’incontro delle due ragazze. E ancora le modalità esatte del femminicidio, senza risparmiare dettagli cruenti e piccanti.

Come novelli investigatori, i lettori sono guidati nella scena del delitto.

Immancabilmente i politici si fiondano su un tema appena diviene rilevante sui social, e depositano un DDL che inasprisce le pene per casi di questo tipo. In questo modo rimarcano la loro partecipazione al dolore e l’impegno nell’evitarlo nel prossimo futuro.

Nella teoria della comunicazione esiste un fenomeno chiamato “agenda setting”. Questo stabilisce che sono i media, dando rilevanza a un particolare avvenimento, a renderlo importante nel dibattito pubblico. E il risultato nei casi di cronaca nera e femminicidi che diventano di portata nazionale è questo circo che non rispetta né la vittima, né gli altri soggetti coinvolti, né il lettore.

Inoltre, selezionando ciò che il pubblico deve conoscere, molti casi come quello di Giulia vengono del tutto ignorati. Per quei pochi casi che assurgono all’onore di cronaca, si produce soltanto indignazione, e mai un dibattito costruttivo.

Femminidici e media

Casi come il femminicidio di Giulia Tramontano costellano la storia del giornalismo italiano. Il mostro di Firenze, la strage di Erba, l’omicidio di Meredith Kercher. L’omicidio di Sarah Scazzi, e quello di Yara Gambirasio. E quelli delle molte donne uccise dal partner di cui non si parla perché il loro caso finisce nel dimenticatoio, in favore di altri più notiziabili per svariate ragioni.

Casi di cronaca che andrebbero solo trattati col riserbo dovuto alla vittima mentre la giustizia fa il suo corso. I media, che hanno un impatto dimostrato sui comportamenti umani, dovrebbero invece educare le persone alla convivenza, al rispetto del partner, delle ideologie, delle etnie diverse.

Invece, ogni sedicente esperto, coinvolto o meno nel caso, interviene in mille talk show televisivi dove trionfa la morbosità. Ogni aspetto della vita dei soggetti coinvolti, vittima e autore del femminicidio, è sviscerato e portato al dominio pubblico. La risonanza mediatica influenza gli esiti processuali, come analizzato da Alessandro Meluzzi in “Crimini e mass media”.

Il colpevole, secondo il nostro sistema giudiziario, è riconosciuto tale solo dopo la sentenza. Invece provvedimenti come la custodia cautelare fanno sì che la notizia dell’arresto renda l’imputato già colpevole per media e opinione pubblica. In questo modo “l’esito del processo è deciso prima ancora di iniziare“. 

La notizia sarà esaurita solo quando anche l’ultimo dei passanti avrà potuto dire la sua sul caso.

Femminicidi e disimpegno morale

Si drammatizzano i casi di cronaca, creando “il mostro”, comunicando per stereotipi e utilizzando meccanismi di scrittura precisi, più o meno consapevoli.

Un articolo in Rassegna italiana di criminologia del 2009 (a cura di Pepe, Cordellieri, Giannini, Sgalla, Di Stefano) esplora questi aspetti del giornalismo italiano. La stampa tende a deumanizzare la vittima di femminicidi, dislocare responsabilità, attribuire la colpa (quello che oggi si chiama victim blaming).

Questi elementi tendono a influenzare l’immagine che il lettore ha del mondo, fornendogli lenti filtrate attraverso cui guardare a questo tipo di eventi, praticando il cosiddetto disimpegno morale.
Il lettore, e anche il giornalista, si crogiolano squisitamente nei dettagli del delitto e dintorni, senza praticare nessun tipo di critica al fatto o alle distorsioni con cui è raccontato. Non si sentono impegnati all’empatia, al chiedersi quali siano le ragioni profonde per cui nella società debbano avvenire simili fatti, a fare qualcosa al riguardo, a responsabilizzarsi.

I dati sui femminicidi in Italia

Secondo i dati dell’ISTAT, il numero di omicidi totali dal 1992 al 2020 sono in costante diminuzione, tra i più bassi d’Europa. La curva delle vittime maschili è però in calo molto più netto rispetto a quella dei femminicidi, che sembra quasi mantenersi costante. Questo si può spiegare col fatto che gli uomini muoiono principalmente in contesti mafiosi e violenti, comunque esterni alla famiglia, e il numero di reati violenti è anch’esso in diminuzione.

Guardando invece i delitti commessi in ambito familiare o di coppia, sono state uccise nel 2021 100 donne e 39 uomini.

Questo significa che a mantenere altro il numero delle donne vittime di femminicidi è la persistenza nella cultura italiana di uno stereotipo che relega la donna a oggetto di proprietà. Questo aspetto, e il fenomeno dei media giustizialisti e morbosi, sono gli aspetti su cui dovrebbe concentrarsi l’azione legislativa e la riflessione di ognuno di noi.

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Atlante dei femminicidi, un nuovo strumento per analizzare e contrastare il fenomeno

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Giovanni D'Auria

Laureato in Lettere Moderne, ha da poco iniziato un percorso formativo per diventare pubblicista con DiventareGiornalista.it.

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