Fin da quando fu introdotto nel 2019 – ai tempi del primo governo Conte –, il Reddito di cittadinanza si è rivelato una misura in grado di dividere l’opinione pubblica italiana. Tale sussidio, in origine, aveva due obiettivi: contrastare la povertà e aiutare chi lo riceveva a trovare un impiego. Nondimeno, molte persone hanno visto in esso una forma pericolosa di assistenzialismo – che poteva, addirittura, arrivare a “far concorrenza” alle forme più basse di retribuzione lavorativa. Altri, invece, lo hanno giudicato insufficiente a dar sostegno alle famiglie più numerose. Oggi gli esperti concordano, in linea di massima, sul fatto che esso non è riuscito ad attivare il mercato del lavoro e a creare nuovi canali di occupazione.

Per tali motivi, l’attuale governo di Giorgia Meloni si è posto come obiettivo quello di rivedere questa formula, sostituendola con altri due tipi di sussidio. Dal 1° settembre dovrebbe diventare attiva la prima forma di aiuto: il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL). A differenza dell’altro sussidio, detto assegno di inclusione – e destinato ai nuclei familiari con più disagi –, l’SFL è riservato alle persone che il governo ritiene “occupabili”, cioè in grado di lavorare. Difatti – non essendo concepito mera misura assistenzialistica, ma come incentivo occupazionale – esso vincola chi lo percepisce a partecipare a progetti di formazione e accompagnamento al lavoro.

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Il Reddito di cittadinanza: una misura su cui ancora gravano equivoci

Già a partire da questo mese, molte persone smetteranno di percepire il Reddito di cittadinanza. Lo scopo è quello di aprire la strada alla sua sostituzione – per chi ne avrà diritto – con l’assegno di inclusione o l’SFL. Fino a dicembre del 2023, una parte degli attuali beneficiari del Reddito di cittadinanza continuerà a riceverlo; poi cesserà di esistere. Ciò nonostante, sul concetto di Reddito di cittadinanza si continua spesso a fare confusione.

In Italia, in realtà, si è voluto chiamare Reddito di cittadinanza qualcosa che, in senso proprio, non lo era. Nella sua formulazione teorica, tale espressione indicherebbe un reddito di base erogato a qualcuno per il solo fatto d’esser cittadino di un Paese. Senza altri vincoli o condizioni. Come è facile intuire, nel mondo vi sono ben poche nazioni che ricorrono a tale strumento. Lo Stato americano dell’Alaska rappresenta il caso più famoso.

La misura introdotta – ormai quattro anni fa – dal Movimento 5 Stelle era, invece, più simile a un sussidio di disoccupazione o a un “reddito minimo garantito”. Queste sono, difatti, le forme di tutela sociale in uso nella maggior parte dei paesi europei. Nel caso dell’Italia, il sussidio erogato consisteva in poco meno di un migliaio di euro al mese – ed era ovviamente vincolato a delle condizioni. Condizioni che l’attuale governo, d’altra parte, ha pensato di rendere ancora più stringenti.

Ovviare alle carenze del “vecchio” Reddito di cittadinanza

Il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL) è una delle due misure progettate dal governo attuale per sostituire il cosiddetto Reddito di cittadinanza. Sarà attivo già dall’inizio di settembre. È destinato ai nuclei familiari con persone ritenute adatte al lavoro – di età compresa tra i 18 e i 59 anni – senza minori o persone disabili a carico. Rispetto al passato, è una misura concepita per esser più vincolante nei confronti dei beneficiari.

L’SFL infatti – più che un sussidio vero e proprio – è una sorta di “indennità” da riconoscere a chi prende parte a corsi di formazione o ad altri progetti orientati al lavoro. Esso garantisce, per l’intera durata dei corsi, un assegno mensile di 350 euro; tutto questo, però, per un massimo di dodici mesi e senza possibilità di rinnovo. Come si evince da quanto è scritto sul portale dell’Inps, sono più rigide anche le condizioni di accesso, poiché l’ISEE non dov’essere superiore ai seimila euro.

Con l’introduzione dell’SFL, il governo si è posto un obiettivo fondamentale: porre rimedio all’inefficacia mostrata dal Reddito di cittadinanza nell’avviare i cittadini al lavoro. Quando quest’ultima misura entrò in vigore, infatti, il potenziamento delle politiche lavorative fu fatto in modo abbastanza frettoloso e approssimativo. A tal proposito, è sufficiente ricordare i molti problemi verificatisi nella gestione dei cosiddetti navigator – ovvero, i professionisti che avrebbero dovuto trovare un impiego a chi otteneva il reddito.

Migliorare (e potenziare) le misure per i più deboli

Per quanto riguarda le fasce più deboli della popolazione, a esse è riservata la seconda delle misure elaborate dal governo: l’assegno di inclusione. La sua introduzione è prevista per il 1° gennaio dell’anno prossimo, e spetterà a quei nuclei familiari che includono almeno un minore, un disabile o una persona con più di sessant’anni. È interessante notare che l’assegno di inclusione – quanto alle somme erogate e alle condizioni per ottenerle – non si discosta molto dal Reddito di cittadinanza (a differenza della misura “sorella”, l’SFL). Difatti, si richiede un ISEE non superiore ai 9.360 euro – mentre l’importo massimo dell’assegno è senz’altro migliore di quello dell’SFL: 500 euro mensili per una persona single, ai quali possono essere aggiunti fino a 280 euro per l’affitto.

Anche la recente introduzione della Carta risparmio 2023 (una prepagata per aiutare le famiglie a far la spesa) ha evidenziato la volontà, da parte delle istituzioni, di non rinnegare la strada aperta dal Reddito di cittadinanza. Nonostante i suoi limiti, infatti, tale strumento ha cambiato radicalmente l’approccio della politica italiana alla lotta alla povertà. Correggerne i difetti – se fatto in modo corretto – può solo andare a vantaggio del bene di tutti.

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Edoardo Monti

Ho lavorato per anni come freelance nell'editoria, collaborando con case editrici come Armando Editore e Astrolabio-Ubaldini. Nel 2017 ho iniziato a scrivere recensioni per Leggere:tutti, mensile del Libro e della Lettura, e dal 2020 sono tra i soci dell'omonima cooperativa divenuta proprietaria della rivista.

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