Tracciare 200 anni di storia della partecipazione delle donne al mercato del lavoro negli Stati Uniti è valso a Claudia Goldin il premio Nobel per l’economia 2023. La terza donna a riuscirci e la prima a farlo da sola. A rendere ancora più speciale e degno di menzione questo premio è la motivazione data dall’Accademia che riconosce nel suo lavoro la capacità di guardare ai fenomeni economici attraverso una lente di genere. Un’ottica che, parole dell’Accademia, ha permesso di rivelare «le cause del cambiamento e le principali fonti del divario di genere esistente!»

Marcella Corsi – Professoressa Ordinaria di Economia Politica della Sapienza – ha definito questo premio un «risultato simbolo» avvenuto all’interno di una disciplina, quella economica, che dedica ancora troppo poco spazio all’approccio di genere, favorendo l’utilizzo universale del concetto di homo oeconomicus attraverso cui, spesso, l’analisi delle complessità date dall’intersezione tra le varie discriminazione ne esce annacquata.

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Spostandoci dal piano simbolico a quello concreto, è importante chiedersi, quali sono gli aspetti più interessanti della sua ricerca e quali soluzioni ci suggerisce.

La ricerca che è valsa a Goldin il Nobel

Da vera detective – come lei stessa ama definirsi – Goldin ha scavato negli archivi amministrativi di tutti gli Stati Uniti al fine di analizzare le dinamiche e i fattori che hanno influenzato l’entrata e la permanenza delle donne nel mercato del lavoro negli ultimi 200 anni.

La grandissima mole di dati da lei utilizzata ha messo in mostra diversi trend e fattori. Da un lato, Goldin ha potuto dimostrare che la partecipazione delle donne sposate al lavoro salariato non ha seguito la linea della mera crescita economica. Il suo andamento è infatti rappresentato da una curva. Il passaggio dalle società agricola a quella industriale ha visto una diminuzione di donne lavoratrici. Questo trend si è invertito solo in seguito con l’avvento della società dei servizi.

Ad incidere però, non sono stati solo i cambiamenti nella struttura del mercato del lavoro. Alla fine degli anni 70, infatti, «la rivoluzione silenziosa» – come la definisce Goldin – è stata determinata sia da un fattore culturale – le donne hanno iniziato a vedere le loro carriere come una parte importante della propria identità – che da uno di tipo tecnologico – la maggior disponibilità di contraccettivi che permettevano una migliore pianificazione famigliare – ed infine, da maggiori investimenti nel campo dell’istruzione. In America, ma possiamo estendere il campo a tutto il mondo occidentale, l’incastro di queste dinamiche ha portato all’ entrata in massa delle donne nel mercato del lavoro.

Il gender pay gap: un fenomeno complesso

Ad oggi, la condizione di svantaggio delle donne nella retribuzione, nella partecipazione e nella possibilità di raggiungere posizioni apicali è determinata da quello che Goldin chiama «il costo della flessibilità temporale

Il modo in cui è strutturato il mondo del lavoro, altamente competitivo e frenetico, premia i lavoratori sempre disponibili e estremamente flessibili. Le donne, però, soprattutto se madri, sono ancora le principali responsabili del lavoro di cura e per questo desiderano maggiore prevedibilità e flessibilità negli orari.

Questo, spesso, comporta un abbassamento del salario come indicato da un esempio fornito dalla premio Nobel stessa: «La flessibilità temporale è dare a qualcuno la possibilità non solo di lavorare meno ore, ma anche di lavorare le proprie ore senza subire grossi danni, oppure di lavorare con orari più prevedibili. Un medico, ad esempio, potrebbe lavorare 50 ore a settimana, ma lavorare nei giorni che desidera e non essere reperibile. Probabilmente prenderà meno di chi fa il turno di notte o era di guardia, e questo è vero in molti settori sia ai vertici che alla base.»

Secondo Goldin, questo dinamica determina in maniera significativa il divario salariale in base al genere. La segregazione occupazionale, ovvero il fenomeno per cui culturalmente le donne sono impiegati in settori che pagano di meno, fa il resto.

Che cosa fare ora, secondo Goldin?

Tra le soluzione proposte da Goldin per cercare di ridurre questo gap ci sono la genitorialità condivisa e l’aumento di tutti quei servizi di welfare che supportano le famiglie nella conciliazione del lavoro di cura e quello retribuito. Un altro punto importante per la studiosa è la diminuzione del «costo della flessibilità» attraverso un ripensamento della struttura del mercato del lavoro.

Da questo punto di vista l’ultimo Report Women in the Workplace di LeanIn.Org and McKinsey & Company ci riporta dei dati importanti. Secondo lo studio, infatti, il fatto che siano solo le donne a richiedere di part-time e lavoro flessibile è un mito che piano piano dobbiamo sfatare. Come ci ricorda Azzurra Rinaldi, il report dimostra che: «tanto le donne quanto gli uomini collocano il lavoro flessibile nelle prime tre posizioni non solo dei benefit, ma anche delle strategie di successo della propria azienda.»

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Camilla Valerio

Mi piace scrivere di diritti, sport, attualità e questioni di genere. Collaboro con il Corriere del Mezzogiorno e scrivo per BuoneNotizie.it grazie al progetto formativo realizzato dall'Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

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