Il 15 novembre la Camera del Parlamento italiano si è espressa in materia di carni coltivate, un decreto legge che vieta la produzione e l’immissione sul mercato di cibi e mangimi composti da cellule derivanti da animali. Altresì, vieta la denominazione di “bistecche”, “cotolette”, “burger” ai prodotti di origine vegetale che imitano gli alimenti notoriamente qualificati come “carne”.

Una legge che fa discutere. Da un lato il governo, che, tramite le parole del ministro della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, si dice orgoglioso di essere “la prima nazione del pianeta a varare un provvedimento che difende la nostra alimentazione”, in nome della tutela della salute e della sicurezza dei cittadini. Dall’altro, chi dubita sull’utilità di questo decreto e una mancata opportunità per il futuro, sia economica, sia per quanto riguarda la ricerca scientifica. La faccenda ricorda il caso della farina di insetti. L’Italia, che ne osteggiava la circolazione in Europa, dovette piegarsi in nome del libero mercato che la Ue garantisce.

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Carni coltivate: cosa sono?

Al di là della bagarre politica, è opportuno cominciare a capire di cosa parleremo nell’immediato futuro, e soprattutto cosa troveremo sulle nostre tavole, dato che nazioni come la lontana Singapore, ma anche i più “vicini” Stati Uniti hanno già iniziato a mettere le mani su quello che a tutti gli effetti è futuro alimentare. Ciò che invece è inopportuno, è chiamarla “carne sintetica”. Perché di sintetico non ha niente. Le carni coltivate non hanno origine chimica. Punto di partenza di questo processo di trasformazione è la cellula di un animale vivo. Quindi nessun mattatoio, nessuna macelleria. La cellula viene effettivamente posta in coltura, ricreando in laboratorio le condizioni perfette per potersi sviluppare e ottenere delle proteine.

È esattamente ciò che si ottiene sviluppando una piantina in una serra”– spiega in un video il professor Cesare Gargioli, del dipartimento di Biotecnologie dell’Università “Tor Vergata” di Roma- “Le cellule staminali (ossia cellule non specializzate), in coltura daranno vita a muscolo e grasso che sono le componenti principali della carne tradizionale. Le facciamo crescere in un ambiente controllato, che non è altro che una specie di armadio che le tiene a 37 gradi. La temperatura corporea di un normale mammifero. Per poi stamparle in 3D e ottenere un prodotto strutturato”

In questi termini, quasi fantascientifici, il processo in sé non avrebbe effetti negativi se rimanesse confinato ai luoghi della ricerca. La prospettiva di portare carni coltivate sulle nostre tavole suscita, tuttavia, parecchi dubbi nei consumatori e resistenze da parte delle associazioni di allevatori e singoli esercenti. L’immissione di questi prodotti sul mercato influiranno sicuramente in maniera impattante sull’economia. Eliminerà senz’altro posti di lavoro per poi crearne altri. Ma la questione più importante, parlando di alimentazione, è: che effetti avranno sulla nostra salute?

Fanno bene o fanno male?

Secondo la Fondazione Veronesi, ente di assoluto rilievo nella ricerca scientifica, “il consumo di carni coltivate non rappresenta un rischio per la nostra salute”, né dal punto di vista nutrizionale né da quello della sicurezza. L’alimento subisce minori rischi di contaminazione dato che è prodotto e confezionato nello stesso luogo controllato. I limiti da superare sono la nostra resistenza a cosa percepiamo come naturale e cosa no. Oltre ad alcuni dubbi etici.

Una prima riflessione riguarda il benessere animale– continua il commento della Fondazione– “ad oggi viene utilizzato il siero fetale bovino, sottoprodotto dell’industria della carne, come ingrediente fondamentale del terreno di coltura per le cellule”. Tuttavia si stanno studiando metodi alternativi di natura vegetale. È  facile pronosticare che l’interesse del mercato internazionale verso le potenzialità che le carni coltivate offrono favorisca la ricerca. E non è una cosa da poco se si considera che, attualmente, secondo una stima del WWF,  il carico di emissioni prodotto dal metodo tradizionale di allevamento e consumo di carne costituisce la metà di tutto il comparto alimentare mondiale.

Un altro elemento è passato sottotono, ma è assai rilevante e estremamente positivo. Il fatto che la legge oggi, benché vieti la produzione e la vendita di carne coltivata, non ne vieta la ricerca. La conoscenza non è mai negativa. È essenziale che la ricerca vada avanti. E lo farà in ogni caso.

 

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Andrea Pezzullo

Redattore, autore e conduttore radiofonico. Lo sguardo ben puntato su ciò che succede oggi intorno a noi. Mi occupo di attualità, economia e lavoro. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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