Il confronto tra le associazioni e Cingolani dopo l’invito del ministro a ridurre il consumo di carne per tutelare la salute e l’ambiente.

Si accende il dibattito sulla sostenibilità della carne e degli allevamenti dopo le parole del Ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, durante il suo intervento alla “Conferenza preparatoria della Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile”.

L’esponente del governo tecnico guidato da Mario Draghi ha infatti dichiarato: “L’agricoltura intensiva pone problemi: ci ha consentito di vivere più a lungo ma ha comportato una notevole alterazione dell’ecosistema. La soluzione non è fermare il progresso, ma neppure fare quello che si vuole. Sappiamo – ha proseguito il ministro – che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali. D’altro canto, la proteina animale richiede sei volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità, e allevamenti intensivi producono il 20% della CO2 emessa a livello globale. Modificando la nostra dieta, avremo invece un co-beneficio: miglioreremmo la salute pubblica, riducendo al tempo stesso l’uso di acqua e la produzione di CO2″.

Immediata la replica del presidente di Assocarni, Luigi Scordamaglia: “Il modello agroalimentare italiano è profondamente diverso da quello massificato di altri Paesi –ha dichiarato il presidente –  l’agricoltura e l’allevamento italiano sono tra i più sostenibili al mondo rappresentando una soluzione e non un problema rispetto alle sfide dal ministro”.

Ma davvero l’ambiente e il mondo della carne e degli allevamenti sono inconciliabili?

L’impatto ambientale degli allevamenti

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO)  ha stimato che i processi coinvolti nell’allevamento degli animali generano una produzione di gas serra equivalente al 18% delle emissioni globali prodotte dalle attività umane, più di quelle prodotte dal settore dei trasporti, responsabile del 13,5% di gas nocivi. L’allevamento di animali, secondo il rapporto della FAO, contribuisce limitatamente alla produzione di anidride carbonica con un 9% del totale, tuttavia è responsabile di alte emissioni di altri gas serra. Il settore zootecnico, infatti, contribuisce per  il 35-40% delle emissioni di metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo e per il 65% delle emissioni di ossido di diazoto, un gas che è 296 volte più dannoso della CO2, e per  il 64% delle emissioni di ammoniaca, un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi.

L’allevamento richiede anche l’utilizzo di risorse idriche. Una parte dell’acqua richiesta dal sistema zootecnico è impiegata per abbeverare gli animali: un manzo può consumare fino a oltre 80 litri di acqua al giorno, un maiale oltre 20 litri e una pecora circa 10 litri, e una mucca da latte, durante la stagione estiva, può consumare fino a 200 litri di acqua in un solo giorno. È stato calcolato che l‘impronta idrica, cioè  il volume totale di acqua dolce impiegata per produrre un prodotto, di un chilogrammo di carne di pollo è di 4.330 litri di acqua, di 5.990 per un chilo di carne di maiale e di 15.400 litri di acqua per un chilo di carne di manzo.

La filiera italiana, un punto di partenza per un possibile modello

Secondo l’Associazione Carni Sostenibili, organizzazione che unisce le principali associazioni che rappresentano i produttori di carni e salumi italiani, grazie alla continua ricerca di efficienza e l’utilizzo di nuove tecnologie applicate all’intera filiera, l’Italia si è dimostrata un paese estremamente virtuoso. Dal 1970 ad oggi, infatti, secondo l’associazione, sono quasi dimezzate le emissioni di metano per produrre un chilo di proteine animali, passando da 28 Kg di CO2 equivalente a 12 kg .

Carni Sostenibili aggiunge anche che oggi, in Italia, siamo in grado di usare per la produzione di carne il 25% d’acqua in meno rispetto alla media mondiale. Nel nostro Paese, un allevamento efficiente, consuma 790 litri per chilogrammo di carne bovina impiegando per l’80-90% risorse idriche che fanno parte del naturale ciclo dell’acqua e che sono restituite all’ambiente come l’acqua piovana, mentre consuma solo il 10-20% dell’acqua necessaria per produrre 1 kg di carne.

Nonostante le posizioni divergenti da quelle del ministro, il mondo delle associazioni si è dichiarato pronto al confronto. Giuseppe Pulina, presidente di Carni Sostenibili, ha lanciato una proposta: rendere la filiera italiana un modello mondiale. “Con un consumo ragionevole di carne di qualità si evitano sprechi e problemi di salute – ha detto Pulina  – e la filiera italiana può essere un modello di sostenibilità per il mondo: il ministro ci è parso interessato a promuoverlo”. Parole aperte alla collaborazione anche da parte di altre realtà del settore come quelle del presidente di Unaitalia, associazione delle industrie del pollo e delle uova, Antonio Forlini: “Cerchiamo di avviare un percorso condiviso tra imprese e istituzioni perché la filiera zootecnica italiana sia sempre più green e sostenibile al passo con le esigenze del pianeta e dei consumatori”.

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