Il giornalista è un mediatore che riporta ai propri lettori un fatto, che deve essere il più possibile vicino alla realtà: ma esiste una verità assoluta? Noi esseri umani siamo in grado di riportare i fatti con esattezza assoluta? Il rapporto tra giornalisti e verità viene approfondito da Gian Micalessin, giornalista e inviato di guerra per Il Giornale dal 1988 e inviato per LA7, Sky TG24 e i Tg RAI.

Gian Micalessin ci racconta la sua visione del giornalismo odierno e il rapporto tra la realtà e la percezione della realtà, accennando alla sua esperienza per riportare gli avvenimenti dai fronti più caldi del pianeta.

L’esistenza della verità nei fatti

Raccontare una notizia in maniera corretta non è compito facile al giorno d’oggi, dove conta di più la quantità della qualità delle informazioni. La facile tentazione di riportare con approssimazione, senza il tempo di verificare le fonti, non è qualcosa di nuovo. La difficoltà di raccontare i fatti in maniera completa e corretta non è figlia della modernità, ma è sempre esistita.

Un modo di scrivere eticamente corretto “forse non c’è mai stato” – afferma Gian Micalessin – “Siamo esseri umani e quindi, al di là delle regole, poi raramente riusciamo a darci una linea precisa. Certo è che oggi, il giornalismo è molto influenzato dai social media che, secondo me, non fanno un buon servizio al giornalismo. Il giornalismo tende ad appiattirsi su quella che è la tipologia dei social, ovvero riportare notizie e opinioni non verificate. Il diffondersi dei social costringe a rendere più veloce, e quindi meno preciso, anche il giornalismo.” 

Il concetto di verità viene analizzato in modo soggettivo, proprio in relazione alla nostra sensibile umanità nell’osservare ciò che accade: “Io ci credo poco alla verità, devo essere sincero. Penso che noi non siamo in grado di raccontarla. L’esempio banale e pratico è sempre quello di cinque testimoni di un incidente: avrai cinque verità diverse e soggettive. Non parlo mai di verità quando descrivo il mio lavoro, ma di fatti: dobbiamo prestare molta attenzione a quello che noi giornalisti vediamo, raccontiamo e percepiamo. Questa è la nostra verità soggettiva, l’unica a cui possiamo appellarci”.

Un giornalismo di transizione

Non possiamo trascurare la nostra sfera emotiva, poiché è parte integrante del nostro modo di percepire il mondo. Dalla diversità di ognuno di noi scaturiscono punti di vista differenti riguardanti un medesimo avvenimento. Il dovere di un giornalista, però, rimane quello di riportare le notizie nel modo più vero possibile.

Il lavoro di un giornalista è quello di cercare la migliore versione ottenibile della verità.

Carl Bernstein*

* Carl Bernstein, insieme a Bob Woodward, suo collega al Washington Post, condusse l’inchiesta giornalistica che svelò i retroscena dello scandalo Watergate, che spinse il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon a rassegnare le dimissioni.

Quello di oggi si può definire un giornalismo di transizione che soffre molto per la velocità con cui internet diffonde le notizie (ne parla anche Silvio Malvolti in questa intervista): la rapidità divulgativa all’interno dei social media trascura troppo spesso dettagli necessari a rendere un’informazione esatta. “Sostanzialmente una notizia di una guerra interessa per un giorno o due. Ovviamente, se si è sul campo, si riesce ad offrire un’informazione molto attuale, ma anche approssimativa, veloce, scarnificata. Un tempo, quando ho cominciato a fare questo lavoro, tornavo dopo due mesi, ma il racconto era molto dettagliato perché avevo avuto molto tempo per ascoltare le persone, per raccogliere testimonianze, per confrontarle e confermarle”.

Non tutto il male vien per nuocere: i social raggiungono tutti

Le informazioni che riceviamo sono in grado di contribuire al progresso e a una maggiore conoscenza di ciò che ci circonda. Nella nostra diversità culturale abbiamo un punto in comune in grado di unirci: assorbiamo tutti le stesse notizie pubblicate, vere o false che siano.

Ma quale è il reale impatto che hanno le notizie all’interno della società? La risposta esatta non la sappiamo, perché anche la percezione delle notizie è diversa rispetto a prima. Una volta eravamo molto legati all’informazione dei quotidiani, molto più completa e raffinata. Oggi l’informazione è più ampia e raggiunge molti più strati sociali, sia verso il basso che verso l’alto, ma forse è più rarefatta e veloce: abbiamo più informazioni ma meno qualità”. 

Un’evoluzione sociale nell’informazione è possibile

Nella storia ci sono svariati esempi di come il giornalismo abbia permesso un’evoluzione sociale, grazie alla sua forza divulgativa in grado di raggiunge chiunque. La diffusione delle notizie oggi è molto più estesa grazie alla presenza dei social media: “Il giornalismo ha contribuito tanto al progresso della società. L’informazione fatta dai social, nonostante sia approssimativa, riesce ad espandere le conoscenze, aumentando la curiosità anche di chi trova queste notizie. Questo contribuisce, nel bene o nel male, a creare più informazione, a diffondere più consapevolezza di quello che succede nel mondo: a volte in maniera giusta, a volte in maniera sbagliata, però l’aumento della quantità delle notizie fa sì che un numero sempre maggiore di persone sia attenta a quello che avviene. Oggi anche nel più remoto villaggio africano, il telefonino consente a chiunque di avere un contatto diretto con ciò che accade nel mondo. E questo sicuramente è progresso”.

Nella frenesia di internet troviamo una luce: l’opportunità di informare chiunque, anche coloro che vivono nella parte più remota del mondo. Di visione opposta è invece l’opinione di Ruben Razzante, professore di diritto dell’informazione (qui la nostra intervista).

È vero, le notizie vengono spesso riportate in maniera approssimativa ma, se utilizzati intelligentemente, i social media sono motore di progresso sociale in grado di costruire maggiore consapevolezza. Il giornalismo digitale offre quindi l’opportunità di forgiare la coscienza sociale a livello mondiale.

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Alice Casillo

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