Finalmente, ed è il caso di dirlo, si sta facendo strada un approccio scientifico e neutrale nella gestione giudiziaria e sociale dei conflitti familiari. Un approccio capace di tutelare le vittime di maltrattamenti e di violenza indipendentemente dal loro sesso e di salvare l’equilibrio dei minori coinvolti.

Per l’intervento, però, serve rilevare dei rischi, come quello che tutti gli operatori si lascino guidare da pregiudizi inconsci anziché dai fatti. Per capire come superare queste distorsioni, abbiamo intervistato la d.ssa Fulvia Siano, referente dell’Associazione Perseo, un centro antiviolenza all’avanguardia che offre supporto a tutte le persone vittime di abusi, superando gli stereotipi di genere e che rimette al centro la verità clinica e il benessere dei minori.

Campagna 5x1000

Codice Rosso e conflitti familiari: quando il pregiudizio decide prima dei fatti

Nel contesto dei conflitti familiari non è raro vedere incardinati procedimenti legati al Codice Rosso. Qui, pregiudizi e confusione tecnica rischiano di influenzare in negativo le decisioni giudiziarie a discapito di tutti. Rilevare tutte le criticità e trovare soluzioni, è un dovere di verità.

Quali sono i pregiudizi più comuni nei tribunali quando, durante una separazione, l’uomo è vittima di una falsa accusa o di una manipolazione? È importante partire da un presupposto: i pregiudizi non colpiscono un ‘genere’…”, spiega la d.ssa Siano, sottolineando come queste distorsioni nascano da scorciatoie cognitive che si attivano nell’alta conflittualità familiare. Nel lavoro clinico-forense dell’Associazione Perseo emergono però schemi ricorrenti.

Il primo è l’aggressore per default: “Esiste un automatismo culturale che associa l’uomo al ruolo di potenziale aggressore”, chiarisce la dottoressa. Questo schema implicito porta, all’inizio, ad attribuire maggiore credibilità all’accusa rispetto alla difesa, schema che spesso si riflette anche sui protocolli territoriali, come quello approfondito in questo articolo.

Da lì scatta una distorsione cognitiva di conferma, una volta ipotizzato che il padre sia violento, si tende a leggere ogni elemento successivo in modo coerente con quell’idea, ignorando ciò che la smentisce. Questo meccanismo produce danni, in ambito clinico. Ad esempio, rischiando di escludere dalle cure persone bisognose, solo perché femmine. Ma anche in ambito giudiziario, violando finanche il diritto alla difesa di una vittima, solo perché maschio.

Oltre gli stereotipi: la trappola della plausibilità narrativa e il vuoto empatico

Questo condiziona anche l’empatia verso la sofferenza maschile? “La sofferenza femminile è culturalmente più riconoscibile e legittimata”, afferma la dottoressa, spiegando che quella maschile viene invece letta come debolezza o strategia difensiva, penalizzando la valutazione del danno psicologico subìto.

A ciò si aggiunge la “plausibilità narrativa”, alcune storie appaiono vere solo perché ricalcano lo schema classico ovvero quello dell’uomo controllante e della donna fragile con figli spaventati.

La d.ssa Siano lancia però un monito: È fondamentale non sostituire un pregiudizio con contro-pregiudizio”. Il tecnico deve basarsi, certamente, oltre il pregiudizio, ma solo sui dati oggettivi, coerenza del racconto, riscontri materiali, indicatori clinici e analisi del sistema familiare. Anche la Riforma Cartabia, della quale ci siamo occupati in passato in questo articolo, dà alcuni spunti interessanti.

Dal Codice Rosso all’archiviazione: un caso risolto con il metodo oggettivo

Abbiamo chiesto alla d.ssa Siano di raccontarci un caso in cui è stato possibile ristabilire la verità, con una risoluzione positiva per l’intero nucleo familiare. “Posso raccontare una situazione tipica, senza alcun riferimento identificativo”, spiega la dottoressa, ricordando una separazione in cui un padre, accusato di maltrattamento, era ormai etichettato come “pericoloso”.

L’intervento del Centro non è stato ideologico: l’équipe ha svolto una valutazione clinica strutturata, analizzando i documenti e le incongruenze narrative. Sono emersi chiari segnali di conflitto di lealtà nei minori, condizionati a schierarsi, ma nessun indicatore di maltrattamento.

Come si è conclusa la vicenda? “La relazione tecnica prodotta si è basata unicamente su dati oggettivi”, spiega la d.ssa dell’Associazione Perseo. Grazie a questo rigore, le accuse penali sono state archiviate per insussistenza del fatto. Si è così potuta riorganizzare la gestione dei figli e attivare un percorso di sostegno per entrambi i genitori (potrebbe esserci una svolta anche nel caso della Famiglia nel Bosco di Palmoli).

Riducendosi la tensione, conclude la dottoressa, il clima familiare si è disteso e i minori hanno superato i sintomi ansiosi. L’obiettivo non è far vincere un genitore, ma azzerare la polarizzazione per il benessere dei figli. Quando si lavora in modo scientifico e non ideologico, l’equilibrio si recupera anche nelle situazioni più compromesse anche quando le querele fioccano da entrambe le parti, come abbiamo già avuto modo di raccontarvi qui.

Condividi su:
Avatar photo

Fabrizio Scardovi

Professional Journalist, adattamento professionale ex Art.7 DM 304/2006, iscritto all'Ordine dei Giornalisti, esperto in Criminologia e Dinamiche Settarie.

Riscopri anche tu il piacere di informarti!

Il tuo supporto aiuta a proteggere la nostra indipendenza consentendoci di continuare a fare un giornalismo di qualità aperto a tutti.

Sostienici