Fuga di cervelli: soluzioni e prospettive nell’Italia post-Covid

di 24 Settembre 2020Economia, Lavoro
Fuga di cervelli

Tra le tante conseguenze della pandemia, c’è anche lo stop alla fuga di cervelli. Una chance per l’economia italiana?

 

I dati del Rapporto Svimez 2019 non erano affatto confortanti: la fuga di cervelli (fenomeno adesso congelato dalla pandemia) riguarda 2 milioni di emigrati meridionali verso il Nord Italia e l’estero negli ultimi 15 anni, causa disoccupazione e precariato.

Oggi, in era Covid-19, il fenomeno sembra  invece differente: la pandemia ha fatto rimpatriare in pochi mesi 250 mila giovani in Italia dall’estero. La maggior parte di loro è originaria del Sud. Un’occasione, questa, per un’ “antifuga” che potrebbe aprire nuove prospettive (e nuovi equilibri) all’economia italiana.

Doppio divario Nord/Sud e Italia/Europa

Il ventennio di stagnazione dell’Italia ha reso sempre più bassi la crescita economica e lo sviluppo sociale creando una posizione di forte debolezza nell’Eurozona. In questo ventennio abbiamo assistito ad una grossa mancanza di investimenti nelle regioni del Mezzogiorno, rinunciando così a migliorarne le infrastrutture produttive e svilendo le interdipendenze con il Nord. Questo disimpegno nei confronti del riequilibrio territoriale ha inoltre aumentato il divario Nord/Sud e indebolito la competitività italiana in Europa.

I modelli vincenti di competizione in Europa sono la ricerca, l’innovazione e le competenze, oltre che il contenimento dei costi nelle aree deboli. Questa è la vera brutta notizia data dal Rapporto Svimez 2019: la fuga di cervelli ha reso l’Italia «economicamente e socialmente insostenibile».

Il contro-esodo da pandemia

I giovani sono una risorsa incommensurabile per un paese, e il tanto denigrato ritorno in patria, definito “l’assalto degli untori”, dovrebbe invece accendere la lampadina dell’opportunità. Nella confusione del non sapere se ritornare all’estero o restare, questo nutrito gruppo di ragazzi dalle competenze straordinarie rappresenta senza dubbio la chance italiana per eccellenza.

«[…] La verità è che, senza un’amministrazione più giovane – scrive il Ministro Provenzano in risposta all’invito all’azione espresso dal Manifesto –, non potremo vincere la sfida dello sviluppo sostenibile e del digitale, al centro e nei territori. […] Ora dobbiamo tornare a dare opportunità di lavoro anche nel settore pubblico, dirlo senza timidezze: riportare nello Stato la generazione esclusa è un grande investimento».

South Working: un progetto social

Le soluzioni più pratiche, si sa, spesso arrivano proprio dal basso, e a sciogliere la matassa si propone in questi mesi un gruppo di giovani ricercatori sempre più spesso sotto i riflettori dei media. South Working è un progetto nato lo scorso giugno che intende sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso i social e attraverso un osservatorio volto a monitorare il fenomeno della fuga di cervelli in modo da trovare delle soluzioni pratiche e immediate da proporre a livello nazionale.

L’iniziativa parte dalla collaborazione con Global Shapers Palermo Hub e ha l’obiettivo di creare possibilità di lavoro agile dalle regioni del Sud, interrompendo l’attesa del miglioramento delle infrastrutture del Mezzogiorno e creando nuova economia nelle regioni interessate. Una mappatura di tutte le sedi coworking italiane è uno dei punti di partenza dell’iniziativa, che mira a creare una nuova mentalità di produttività per le professioni che potranno usufruirne.

Raccontare il disagio di intere generazioni, censire ogni rinuncia che i giovani devono sopportare, è quasi un dovere adesso. Forse l’era Covid sta aiutando alcune categorie ad alzare la voce e a farsi sentire.

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