La Camera il 12 luglio ha adottato la Proposta di legge – depositata dalle opposizioni – come testo base da esaminare col fine di recepire la Direttiva Europea 2020/2041 del 19 ottobre 2022 per l’introduzione di un minimo salariale adeguato.

Al riguardo gli stati – entro due anni – devono provvedere a individuare alcuni criteri di determinazione degli importi salariali, un sistema di controlli forte e una contrattazione collettiva che garantisca i diritti della maggior parte dei lavoratori. Gli stati hanno la facoltà di definire le modalità con cui realizzare le indicazioni europee. L’Italia non dispone di una legge sul salario minimo.

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Che cos’è il minimo salariale

Per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il minimo salariale rappresenta una retribuzione al di sotto della quale i datori di lavoro non dovrebbero andare. Il fine di tale limite inferiore riflette l’idea che il lavoro sia un diritto socio-economico irrinunciabile, perché ciascun lavoratore possa condurre una vita libera e dignitosa.

Già nel 1919 la Costituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro  dichiara che “Una pace universale e duratura può basarsi solamente sulla giustizia sociale e richiama ad una urgente politica di miglioramento delle condizioni del lavoro, incluso il riconoscimento e la tutela del diritto ad “un salario adeguato e dignitoso”.

Da quell’originario principio, secondo tutte le costituzioni democratiche, oggi, i rapporti di lavoro non sono più concepiti come un affare contrattuale strettamente privato, ma materia di interesse pubblico. Pertanto gli stati intervengono a delimitare la libera determinazione retributiva operata dal mercato per contrastare la povertà salariale e le diseguaglianze sociali.

Il minimo salariale in Italia

Secondo l’articolo 36 della Costituzione “Il lavoratore ha diritto  ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa.

Nonostante l’evidente affermazione del diritto a un salario minimo, i costituenti non hanno espressamente previsto la possibilità di affidare alla legge il compito di individuare una misura concreta valida per tutti. Di conseguenza, in base all’articolo 39, si stipulano contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) fra le rappresentanze sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro. Da tale meccanismo rimangono però esclusi tutti coloro che non possono beneficiare della contrattazione collettiva, se il proprio datore di lavoro non è iscritto ad alcuna associazione datoriale.

Pertanto in Italia si discute se, ai fini della determinazione del minimo salariale, sia sufficiente la prassi della contrattazione collettiva sindacale o se questa vada integrata da una legge che individui la giusta soglia, al di sotto della quale non andare, nei settori in cui i lavoratori non sono rappresentati dalle forze sindacali maggiori.

La proposta di legge in esame

 La pdl AC1275 in esame alla Camera riporta, in premessa, alcuni dati della relazione del gruppo di studio istituito dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa”. Dallo studio si evince che la quota di lavoratori poveri in Italia risulta nel 2017 pari al 16,5% tra gli uomini e del 27,8% tra le donne, con una stima complessiva del 22,2%.

Sono, questi, numeri che confermano la nota questione del divario salariale di genere – e che evidenziano una forte crescita di povertà lavorativa rispetto al 17,7% del 2006. In tal senso la pdl propone che, per contrastare l’elevato rischio di lavoro povero ,l’attuale assetto della contrattazione collettiva va “promosso e sostenuto” da una legge dello stato che garantisca a tutti i lavoratori trattamenti retributivi dignitosi.

Si prevede, in particolare, a garanzia di un minimo salariale adeguato, l’ introduzione di una soglia minima di 9 euro lordi per i settori lavorativi più poveri e fragili, il cui potere sindacale risulta debole o inesistente.

In ottemperanza alla Direttiva europea 2020/2041 la proposta di legge propone, anche, l’istituzione di “una commissione tripartita, composta dalle istituzioni pubbliche e dalle parti sociali comparativamente più rappresentative, con il compito di aggiornare periodicamente il trattamento economico minimo orario” .

Inoltre, il testo in esame introduce un procedimento giudiziario per la repressione di condotte illegali sul trattamento del minimo salariale.

Gli esperti in audizione alla Camera sul minimo salariale

In Italia i dati dimostrano che il lavoro povero è in continua crescita. In tal senso gli esperti del lavoro, Marco Barbieri, professore universitario di Diritto del lavoro, Tito Boeri ex presidente INPS e Cesare Damiano Ministro del lavoro dal 2006 al 2008, concordano nel dichiarare che nel nostro Paese è urgente introdurre un minimo salariale legale. I tecnici del lavoro segnalano, ad esempio, che fra i Paesi UE solamente 5, fra cui l’Italia, non dispongono di un salario minimo per legge e che laddove risulta in sperimentazione, come nel Regno Unito, la quota dei lavoratori poveri si è dimezzata.

Infine per gli esperti il sistema di CCNL non garantisce sufficientemente le più svariate forme di lavoro proliferate con la nuova economia e con il digitale. Si sottolinea pure che la questione di un minimo legale di riferimento tenga conto anche del welfare lavorativo quali sanità, anzianità, premio di produttività, tredicesima e quattordicesima, che se non considerate, concorrono sensibilmente a determinare le disuguaglianze e la povertà lavorativa.

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Lucia Muscetti

Laureata in Scienze Politiche, docente emerita in discipline giuridiche ed economiche presso i Licei di Scienze Umane. Leggo e approfondisco saggi sui diritti umani e di politica per scrivere e praticare l’arte del vivere bene insieme. Partecipo al laboratorio giornalistico di BuoneNotizie.it

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