La pandemia del 2020 ha segnato una tappa cruciale nel mondo del lavoro. Negli ultimi tre anni, molte persone hanno rimesso in discussione il significato delle loro professioni, dando una spinta rilevante all‘innovazione in ufficio.

Alcuni datori di lavoro hanno accolto le nuove richieste dei dipendenti, introducendo modalità flessibili come lo smart working e il telelavoro e, in alcuni casi, riducendo l’orario settimanale. Nonostante queste trasformazioni, un elemento della cultura aziendale sembra resistere: il presentismo.

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Cosa è il presentismo nel mondo del lavoro

Il presentismo al lavoro, in termini sociologici, si riferisce alla pratica di essere presente sul posto di lavoro per più tempo del necessario, spesso anche quando questo non è necessario. Poiché la tecnologia ha impattato le abitudini di lavoro, il presentismo può presentare anche una componente digitale, sottoforma di presidio costante e iperconnessione del dipendente.

Il concetto di presentismo però va oltre la semplice presenza fisica all’interno degli uffici: coinvolge una serie di comportamenti e atteggiamenti che riguardano la percezione del lavoratore e la cultura dell’ambiente di lavoro.

Le motivazioni dietro il presentismo

Esaminando il presentismo attraverso una lente sociologica, possiamo identificare diverse dinamiche chiave: culturali, organizzative e psicologiche.

Per quanto riguarda la cultura, in molti contesti aziendali c’è una forte enfasi sulla dedizione verso il proprio impiego. Essere visto in ufficio per lunghe ore viene percepito come un segno di impegno e lealtà, indipendentemente dalla produttività effettiva. Questa norma può originare da modelli di corporate governance rigidi e autoritari.

A livello di organizzazione del lavoro alcune aziende possono promuovere, intenzionalmente o meno, una cultura del presentismo attraverso modelli di comportamento dei dirigenti preposti alle diverse aree funzionali. Alcuni capi rifiutano esplicitamente lo smart working tenendo maggiormente in considerazione il personale che rinuncia al lavoro da casa recandosi sempre in ufficio. Inoltre, i presentismo potrebbe verificarsi anche quando un dipendente si ritrova a lavorare quando non è nelle condizioni idonee per farlo, come ad esempio in presenza di una malattia.

Psicologicamente, quello che spinge un dipendente a trascurare tempo libero e condizioni di salute è la ricerca di riconoscimento e la volontà di non deludere il proprio capo ma anzi emularlo in comportamenti estremi, anche se tossici. In periodi di incertezza economica o in settori caratterizzati da alto turnover o concorrenza, subentra anche la componente della paura: i dipendenti potrebbero praticare il presentismo come strumento per proteggere il proprio posto di lavoro, temendo che l’assenza possa essere interpretata come svogliatezza o come un’opportunità per sostituire il lavoratore.

Il nuovo presentismo

Prima del Covid-19, era prassi comune per il mondo del lavoro, specialmente per aziende nei settori della finanza, della consulenza e della tecnologia, incentivare e considerare virtuosi atteggiamenti come il presentismo, perfino quando l’intrattenersi in ufficio oltre l’orario contrattuale non fosse giustificato.

Con la grande rivoluzione del mondo del lavoro il presentismo non solo persiste ma potrebbe addirittura essersi intensificato. Alcuni esperti sostengono che l’avvento dello smart working abbia contribuito a esacerbare i comportamenti disfunzionali a causa dell’eliminazione dei confini tra vita professionale e personale.

Secondo dati britannici del 2022 forniti dall’Istituto di Sviluppo delle Risorse Umane (CIPD), il 65% dei responsabili del personale hanno rilevato il presentismo nelle proprie aziende. Tale atteggiamento tra i lavoratori in smart working è passato dal 77% nel 2021 all’81% nel 2022. Si segnala anche la comparsa di un nuovo fenomeno: il leavism, ovvero la tendenza a sfruttare il proprio periodo di ferie per continuare a lavorare.

La soluzione nel mondo del lavoro è l’esempio positivo

Per combattere il presentismo le aziende devono comprendere le ragioni della sua persistenza e intervenire sulla propria cultura organizzativa. La pandemia potrebbe aver amplificato il fenomeno del presentismo digitale. Le nuove tecnologie entrate nella quotidianità dei lavoratori hanno reso i dipendenti consapevoli della possibilità di essere monitorati dai propri superiori. Sentirsi costantemente sotto osservazione può spingere un impiegato a spingere al limite le proprie prestazioni.

Il cambiamento dovrebbe partire dall’alto: gli esperti suggeriscono che i vertici aziendali dovrebbero smettere di elogiare i dipendenti iperconnessi o che fanno straordinari abitualmente. Definire chiaramente gli orari di lavoro e rispettarli, è una buona prassi di cui beneficia l’organizzazione stessa: il benessere delle persone è la chiave per trattenere i talenti.

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Chiara Bastianelli

Laurea in Economia e Direzione Aziendale.Project manager in una società di consulenza strategica per le imprese.Appassionata di aziende, finanza e letteratura.

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