Parigi piange centinaia di morti e feriti, una strage che ha scosso l’anima dell’Europa. In realtà è clamorosamente fallito il focus del piano criminale del Daech, che evidentemente era quello di far saltar per aria lo Stade de France con dentro il Presidente della Repubblica francese. Staremmo piangendo un numero centuplicato di vittime se i controlli non avessero impedito ai due terroristi stretti nelle cinture esplosive di entrare. E per quanto ogni vittima finisca per darci una percezione di fallimento, perché effettivamente lo è, qualcosa nelle pianificazioni sulla gestione della sicurezza francese ha funzionato.

E’ impressionante scorrere diversi profili social di tanti musulmani che vivono in Paesi in conflitto e scoprire che non c’è un solo richiamo ai fatti di Parigi. Scavando tra i loro discorsi emerge un pensiero comune, riassunto bene dalla frase che uno di loro scrive: “A Parigi accade un giorno, da noi accade tutti i giorni”. A scrivere sono uomini e donne che probabilmente non imbraccerebbero mai un’arma per uccidere qualcuno, ma tacciono sui morti occidentali, come gli occidentali hanno taciuto sui morti dei loro paesi. Conoscono le ingiustizie che hanno alimentato la rabbia del Daech, sanno che quell’odio cieco e vile che spara su civili disarmati è una protesta sfuggita da ogni ragionevolezza e non c’entra più niente con i diritti di libertà che essi reclamano nei loro Paesi. Ma sono pieni di rabbia, perché quando nei loro paesi arabi e non, dall’Afghanistan alla Palestina, muoiono centinaia di civili, l’Occidente sembra non esserne più indignato.

A questi fratelli nel dolore va fatto sapere che il nostro silenzio di fronte a quei fatti, che ci giungono dai social, è ogni volta quello che oggi siamo certi loro abbiano per Parigi, un silenzio pieno di dolore e di disapprovazione. Ogni giorno i morti musulmani, i bambini e tutti i civili dei paesi in conflitto alimentano in ciascuno di noi, non solo negli islamici, un forte desiderio di pace e di fraternità. Avvenimenti dolorosi come quelli di questi anni sono pressioni che accrescono il desiderio che ogni Paese del mondo possa essere liberato dai terroristi e da ogni imperialismo che gioca a scacchi con i governi e i popoli.

In questi giorni, alla riunione internazionale di Vienna sulla Siria non manca nessuno, o quasi, di quelli che da più parti sono indicati come i sotterranei artefici dei drammi di questi anni, gli unici che in fin dei conti possono pianificarne una sostanziale svolta e cessazione.

Se sarà inevitabile fermare l’irragionevole e non negoziabile lotta del Daech con la forza, e lo faranno i migliaia  pronti a morire per la pace, ai civili di tutti i Paesi del mondo viene aperta un’enorme opportunità, quella di sradicare ogni possibile forma di odio sociale e spaccatura razziale-religiosa. In nessuna città bisogna permettere che vi siano quartieri, sobborghi, vie, dove la discriminazione faccia fermentare l’insofferenza, trasformandola in odio. Le città devono dimenticarsi l’architettura di centro/periferia, che crea dislivelli culturali e crea animi insofferenti e acritici, facilmente irretibili dal male. L’arte, la cultura, le opportunità lavorative devono trovare diffusione in ogni area. Le varie Banlieues del mondo vanno riprogettate per fonderle di nuovo con il resto della città. Da ogni quartiere ghettizzato, dalle scuole, dalle iniziative legate al tempo libero, da ogni progetto sociale vanno stanati tutti i motivi che possono far crescere i foreign fighters.

Una riprogettazione delle società occidentali e dei rapporti tra i cittadini, che già è stata avviata da molti, è il grande lavoro che ci regalano i fatti di sangue del mondo. Questo momento storico apre le porte ad un senso enorme, che appella le nostre relazioni, le nostre professioni e competenze al dovere di porsi, in ogni forma, a servizio della pace e della fratellanza.

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