È possibile individuare una relazione particolare tra il fenomeno del cambiamento climatico e il mondo della guerra. In primo luogo, gli eventi meteorologici estremi e le situazioni di insicurezza da essi provocati, carestie, siccità, distruzione, sfollamento, possono portare a un inasprimento delle tensioni nei Paesi colpiti, favorendo l’insorgere di ulteriori migrazioni, scontri e conflitti.

In secondo luogo, la guerra, ma il settore militare in generale, anche quando non impegnato in un conflitto, può avere delle responsabilità rilevanti nell’aumento delle emissioni di gas ad effetto serra, nella diffusione di sostanze dannose e nella distruzione di interi ecosistemi.

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Il cambiamento climatico come moltiplicatore di tensioni

Le ripercussioni dell’emergenza climatica agiscono da moltiplicatore, amplificando la vulnerabilità degli strati più poveri della popolazione mondiale e favorendo l’insorgere di tensioni, soprattutto in quelle regioni già caratterizzate da instabilità politiche, sociali ed economiche.

La comparsa sempre più frequente di fenomeni meteorologici estremi rischia di condurre alla scarsità di risorse, all’insicurezza alimentare e all’emigrazione di intere comunità. Tutti fattori, questi, che possono esacerbare le tensioni per la gestione di acqua, terra coltivabile e risorse energetiche. Ad esempio, come riportato da uno studio di Sophie Pieternel de Bruin, la penuria di risorse idriche, senza un’inversione di tendenza, potrebbe portare all’insorgere di numerosi conflitti tra i Paesi che condividono bacini idrici, investendo, entro il 2050, oltre 720 milioni di persone.

La penuria di risorse e l’assenza di un tetto sulla testa, inoltre, possono costringere le persone a fuggire dalle proprie case in cerca di luoghi più sicuri dove vivere. Solo nel 2021, come riporta il Dossier Statistico Immigrazione IDOS 2022, si sono registrati 23,7 milioni di nuovi sfollati per cause ambientali, ma entro il 2050 potrebbero arrivare ad essere 220 milioni.

Questi migranti spesso diventano rifugiati, mettendo a dura prova le risorse delle regioni ospitanti e innescando potenziali tensioni. L’afflusso di popolazioni sfollate, infatti, può portare a degli scontri con le comunità locali e può amplificare le divisioni politiche o etniche preesistenti.

L’impatto della guerra e del settore militare sull’ambiente

La guerra, e il settore militare in generale, ha delle ripercussioni rilevanti sull’ambiente e contribuisce in maniera determinante al cambiamento climatico. Come riporta Emanuele Bompan sul portale dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, l’Ucraina stima che per la ricostruzione delle proprie infrastrutture potrebbero servire quasi cinquanta milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un processo, scrive Bompan, che dovrà essere gestito in maniera intelligente, favorendo processi moderni a basso impatto.

Ma oltre a provocare la distruzione di infrastrutture e la morte di migliaia di persone ogni anno, uno degli impatti ambientali più evidenti della guerra è la devastazione degli ecosistemi. A causa dei bombardamenti e dell’utilizzo di macchinari pesanti, infatti, le operazioni militari possono portare alla distruzione di foreste, zone umide e interi habitat, ecosistemi che ospitano biodiversità e che potrebbero impiegare decenni per tornare allo stato originario.

Il settore militare, inoltre, si affida a una vasta gamma di attrezzature, proiettili, armi chimiche, ordigni esplosivi, che oltre a richiedere un consumo eccezionale di risorse per essere prodotti, possono provocare la contaminazione di suolo, acqua e aria. Gli inquinanti prodotti da queste strumentazioni, infatti, possono infiltrarsi nel terreno e nelle falde acquifere e avere delle conseguenze dannose per l’agricoltura e la salute umana.

Infine, come riporta l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti, le emissioni di gas serra derivate dal comparto militare sono responsabili del  5,5% delle emissioni globali.

A questo proposito, uno studio pubblicato nel 2019 dalle università di Durham e di Lancaster riporta che, se le forze armate statunitensi fossero un Paese, il loro consumo di carburante le renderebbe il 47° più grande emettitore al mondo, tra il Perù e il Portogallo.

Questi consumi però, così come quelli degli altri Paesi, non sono inclusi nel conteggio delle emissioni totali degli Stati Uniti, soprattutto grazie alle pressioni fatte dal governo americano durante la negoziazione del Protocollo di Kyoto del 1992.

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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