Un mondo senza lavoro, concetto a cui a volte ci si riferisce chiamandolo “post lavoro“, ha guadagnato popolarità in seguito allo sviluppo tecnologico, in particolare dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Molti esperti hanno discusso di come dispositivi tecnici con adeguate procedure potrebbero sostituire una parte del lavoro umano e di come la società potrebbe adattarsi a tale cambiamento.

Daniel Susskind accademico e autore britannico che ha scritto ampiamente sul futuro del lavoro in un’epoca di crescente automazione e digitalizzazione ha rilasciato pochi giorni fa la seguente dichiarazione: “Il modello assunzione-carriera-pensione è superato. Dobbiamo pensare a un mondo senza lavoro”. Anche se secondo gli esperti non è possibile eliminare completamente il lavoro all’interno della società umana la sfida per il futuro è quella di evolvere il modello organizzativo sociale sfruttando le evoluzioni tecnologiche.

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Come si è arrivati all’idea di post lavoro

Sono molti gli esperti che negli anni si sono interrogati sul fatto che l’avanzamento tecnologico renda necessaria la riflessione su una possibile società senza lavoro. Il lavoro del 2011 dell’economista Guy Standing, ad esempio, introduce per la prima volta il concetto di “precariato” come categoria sociale. Standing descrive una nuova parte della popolazione formata da persone in condizioni di insicurezza lavorativa e sostiene che l’automazione contribuirà ad aumentare la dimensione di questa classe.

Nel 2014 arriva lo studio a 4 mani degli accademici Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee “The Second Machine Age”, in cui gli autori discutono di come le tecnologie digitali stiano portando a grandi cambiamenti economici. Secondo la loro tesi l’automazione potrebbe rendere obsolete molte professioni, ma che ciò potrebbe anche portare a nuove opportunità.

Il futurista Martin Ford nel 2015 concorda con le precedenti teorie e esplora l’idea che l’automazione potrebbe portare alla disoccupazione di massa. Secondo l’esperto però la tecnologia sarà in grado di sostituire non solo i lavori manuali, ma anche quelli intellettuali.

Lo scenario distopico di Korinek: Uomo versus Macchina

Anton Korinek, economista austriaco e docente all’Università della Virginia, famoso per le sue collaborazioni con il premio Nobel Joseph Stiglitz ha recentemente elaborato un paper accademico con Megan Juelfs dal titolo provocatorio: “Preparing for the (Non-Existent?) Future of Work”. L’articolo presenta un futuro in cui l’uomo è marginalizzato dal mondo del lavoro a causa della supremazia delle macchine.

Korinek e Juelfs hanno identificato tre possibili cause di questo scenario distopico: l’evoluzione tecnologica riduce la necessità del lavoro umano, la capacità delle macchine di sostituire completamente l’uomo, il lavoro diviene talmente poco remunerativo da non riuscire più a coprire i bisogni dei lavoratori.

Di fronte a questa ipotesi gli autori propongono come possibile soluzione il reddito di base universale, finanziato dal surplus generato dalle macchine che lavoreranno in modo autonomo e indipendente dal fattore umano. La società sarebbe così sostenuta da una forma di ricchezza derivante dal solo lavoro tecnologico. Le implicazioni di questa organizzazione della società sarebbero rivoluzionarie: dal punto di vista sociale, relazionale, fiscale e sembrerebbero spianare la strada all’ideale visionario di Arthur C. Clarke in cui l’uomo può finalmente “giocare”, libero dal bisogno di lavorare.

Le obiezioni sulla società senza lavoro

Daniel Susskind, accademico all’Università di Oxford e al King’s College di Londra e consulente politico del governo britannico, sottolinea che il panorama del lavoro sta cambiando in modo significativo. Rispetto a scenari drastici però Susskind non prevede una rivoluzione rapida, ma piuttosto un cambio graduale, basato sull’ampliamento delle capacità tecnologiche.

Nonostante la tecnologia abbia sempre generato timori di disoccupazione nel corso della storia, l’attuale evoluzione è diversa. La tecnologia infatti potrebbe non generare un danno all’occupazione ma semplicemente un mutamento di questa: emergeranno nuove tipologie di lavoro e figure professionali.

Susskind inoltre affronta anche la critica principale verso una società senza lavoro: la resistenza culturale. Molte culture valorizzano l’etica del lavoro, attribuendo all’occupazione un ruolo fondamentale per soddisfare il bisogno di autorealizzazione che ha l’uomo. Secondo Susskind occorre ripensare il legame tra lavoro e identità, poiché si va formando un contesto dove il lavoro potrebbe non essere più la norma o quantomeno potrebbe non rivestire un ruolo centrale nella vita dell’umanità.

Con la recente ondata di smart working e riforme lavorative, Susskind evidenzia l’obsolescenza dell’idea tradizionale di carriera. Riconfigurare l’istruzione, promuovere mestieri umano-centrici, come l’assistenza sanitaria, e considerare soluzioni come un reddito di base universale condizionato sono alcune delle sue proposte per affrontare questo futuro incerto. Di fronte a questa evoluzione futura la vera domanda a cui gli esseri umani sono chiamati a rispondere è riassumibile in una domanda: in un mondo in cui il lavoro acquisisce una importanza secondaria, come sceglieranno le persone di spendere il loro tempo e dare un significato alle loro vite?

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Chiara Bastianelli

Laurea in Economia e Direzione Aziendale.Project manager in una società di consulenza strategica per le imprese.Appassionata di aziende, finanza e letteratura.

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