Nell’ultimo decennio alcuni studi hanno portato a stimare che sulla Terra ci siano circa mille miliardi di batteri. La maggior parte di questi organismi è ancora sconosciuto, ma gli impieghi che se ne possono fare sono molteplici. In particolare, nel 2001 un gruppo di scienziati giapponesi ha scoperto dei batteri in grado di raccogliere il carbonio contenuto nella plastica e ricavarne energia per svilupparsi e riprodursi. Una soluzione innovativa e naturale per contrastare l’inquinamento da plastiche. 

L’inquinamento da plastiche e le strategie per limitarlo

Negli ultimi vent’anni il problema dell’inquinamento da plastiche nell’ambiente è diventato impossibile da ignorare. Dal 2001 ad oggi le attività umane hanno infatti generato 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti di plastica. Di questi, oltre 17 milioni di tonnellate di plastica sono entrate negli oceani del mondo solo nel 2021, costituendo l’85% dei rifiuti marini.

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Ad oggi esistono varie strategie per cercare di contrastare il problema dell’inquinamento da plastiche nelle acque. Ad esempio, in Italia la società benefit LifeGate rappresenta un modello di cooperazione tra profit, non profit e enti pubblici, per condividere strategie di contrasto alla presenza di plastiche nelle acque italiane. L’azienda, con l’aiuto del partner industriale Poralu Marine, nel 2018 ha avviato il progetto LifeGate PlasticLess.

Negli ultimi 5 anni insieme hanno prodotto tecnologie che possono essere immesse in acqua, con l’obiettivo di catturare le plastiche nelle acque italiane. A livello internazionale le Nazioni Unite (ONU) hanno invece ratificato a giugno 2023 il Trattato per la protezione dell’alto mare. Tutte queste misure sono volte alla rimozione delle plastiche dall’ambiente e al successivo smaltimento attraverso metodi tradizionali, dove spesso non è possibile il riciclo.

Per questo, quando nel 2016 il team di scienziati guidato da Kohei Oda, professore presso il Kyoto Institute of Technology, ha pubblicato il proprio lavoro sulla rivista Science, questo è subito apparso una soluzione innovativa al problema dell’inquinamento da plastiche. Oda e i suoi colleghi hanno chiamato il batterio scoperto nella discarica Ideonella sakaiensis, dal nome della città di Sakai, dove è stato rinvenuto. Le ricerche del team hanno inoltre permesso di individuare l’enzima specifico che il batterio produce e che gli permette di scomporre il polietilene tereftalato (PET), la plastica più comune che si trova nei vestiti e negli imballaggi.

Inquinamento da plastiche: la natura offre soluzioni innovative

Foto di Marc Newberry su Unsplash

Le possibili applicazioni della scoperta del batterio “mangia-plastica”

La scoperta di Oda è da considerare un punto di partenza. Per contrastare con successo l’inquinamento da plastiche i batteri devono lavorare più velocemente e meglio. Negli ultimi quarant’anni, gli scienziati hanno raggiunto ottimi livelli nell’ingegnerizzazione e nella manipolazione degli enzimi. Nel caso dei microbi “mangia-plastica”, è stato possibile fare il salto dalla ricerca all’applicazione industriale.

Dal 2021, l’azienda francese Carbios utilizza un enzima batterico per trattare circa 250 kg di rifiuti plastici in PET ogni giorno. La plastica viene tritata e poi fatta passare attraverso una pressa, che rende la plastica sotto forma di pellet, delle dimensioni di un chicco di mais.

Grazie a una collaborazione con una società di biotecnologie, Carbios raccoglie e concentra grandi quantità di enzimi puri che digeriscono la plastica dai batteri. La plastica sminuzzata e i suoi componenti vengono immessi in una soluzione di acqua ed enzima, dove assumono l’aspetto di un liquido grigiastro, composto da due sostanze chimiche che possono essere separate e trasformate in nuova plastica. La tecnica sviluppata da Carbios sembra essere facilmente scalabile. Due anni fa l’azienda riciclava pochi chili di plastica in laboratorio, nel 2025 aprirà un impianto molto più grande vicino al confine con il Belgio, con la capacità di riciclare in questo modo più di 130 tonnellate al giorno.

Alcuni scienziati ritengono che questo genere di tecnologie resterà però con una portata limitata. In particolare, alcuni tipi di plastica, diversi dal PET, probabilmente non potranno mai essere trattati in modo altrettanto efficiente. Carbios sta però sviluppando l’enzima e prevede di poter riciclare anche il nylon entro pochi anni. Se queste previsioni si avvereranno, l’inquinamento da plastiche potrebbe essere contrastato in modo innovativo e grazie a un processo di origine naturale.

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Giovanni Beber

Giovanni Beber. Studio Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l'Università di Trento e sono il responsabile della comunicazione di un centro giovanile a Rovereto. Collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di sostenibilità, ambientale e sociale e di economia e sviluppo.

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