LifeGate PlasticLess è un progetto nato nel 2018 che si pone come iniziativa di contrasto e di prevenzione all’inquinamento da plastiche nelle acque italiane. Promotore dell’idea è LifeGate, realtà nata nel 2000, diventata società benefit dal 2017.

Una società benefit rappresenta un modello di innovazione sociale che richiede una necessaria cooperazione tra profit, non profit e enti pubblici, per condividere non solo mezzi ma anche fini, sia nella fase di progettazione sia nella fase esecutiva. Per questo LifeGate sin dalla sua nascita ha individuato tre priorità ecologiche: sfida al cambiamento climatico, tutela della biodiversità e lotta all’inquinamento da plastiche nelle acque italiane.

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Le aziende possono promuovere il cambiamento

Lajal Andreoletti lavora nell’ambito della sostenibilità da 20 anni ed è responsabile dello sviluppo e del coordinamento dei progetti ambientali e di sostenibilità di LifeGate. Nell’intervista racconta che l’incontro con l’azienda “ha rappresentato il punto di incontro tra le mie esigenze e quelle di LifeGate di vedere accadere il cambiamento in modo importante, concreto e veloce nel contesto italiano.

Negli anni Lajal ha avuto modo di misurare l’effetto trasformativo dei progetti ambientali di LifeGate. Questo è accaduto in particolare quando hanno permesso di intercettare i bisogni di cambiamento delle aziende. “Le aziende hanno tempi molto stretti rispetto a quello che è il cambiamento culturale nelle persone o nelle istituzioni. Quando un’azienda decide di cambiare, è in grado di far accadere le cose nel giro di qualche mese o un anno”.

Con l’aiuto del partner industriale Poralu Marine, LifeGate nel 2018 ha avviato il progetto LifeGate PlasticLess. Negli ultimi 5 anni insieme hanno prodotto tecnologie che possono essere immesse in acqua, con l’obiettivo di catturare le plastiche nelle acque italiane. “In fase di studio di LifeGate PlasticLess abbiamo studiato, analizzato e cercato tutte le tecnologie esistenti nel mondo per poter catturare le plastiche nelle acque nel modo più efficiente e sostenibile. Nel 2018 la tecnologia migliore era il Seabin, un cestino che permette di raccogliere anche le microplastiche fino a 2 millimetri di diametro”.

Seabin, il cestino che contiene i danni delle plastiche nelle acque italiane

Il mar Mediterraneo, popolato dal 7,5% delle specie marine conosciute, è una delle aree più colpite da inquinamento da plastiche nelle acque. L’UNEP (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha stimato che sui suoi fondali si troverebbero fino a 100.000 frammenti di plastiche per chilometro quadrato.

I punti d’accumulo naturali per le plastiche nelle acque sono porti e marine. Venti e correnti portano infatti i detriti galleggianti verso questi luoghi. Il problema può però diventare una soluzione. Installando le tecnologie promosse nel progetto in quei punti dove si accumulano maggiormente i detriti galleggianti, LifeGate PlasticLess ha recuperato dall’acqua moltissimi frammenti di plastica.

In tal senso, Lajal racconta che “in questi 5 anni grazie a tecnologie come Seabin abbiamo catturato dalle nostre acque oltre 150 tonnellate di plastiche, che equivalgono al peso di più di 10 milioni di bottigliette da mezzo litro. Per intenderci, se le mettessimo tutte in fila copriremmo la lunghezza dell’Italia due volte”.

Inoltre, l’operazione di raccolta del Seabin permette di evitare che le plastiche vengano ingerite da pesci e molluschi che finiscono sulle nostre tavole. Lo studio “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People”, condotto dall’Università di Newcastle in Australia e commissionato dal WWF, ha mostrato che ogni settimana ingeriremmo circa 5 grammi di plastica, l’equivalente in peso di una carta di credito.

by LifeGate

Credits by LifeGate

L’inquinamento delle plastiche nelle acque si previene con dialogo ed esperienza diretta

Il Seabin insomma è un vero e proprio cestino nell’acqua, capace di attirare a sé e filtrare 25.000 litri di acqua all’ora. Ha una capienza di 20 kg ed è capace di catturare circa mezza tonnellata di rifiuti all’anno. Ma, come racconta Lajal, questa tecnologia è fondamentale per LifeGate anche perché il suo utilizzo è funzionale a connettere cittadini e istituzioni. “Gli eventi inaugurali, quando un cestino viene posizionato in acqua, permettono infatti di mettere intorno a un tavolo cittadini, associazioni, aziende e istituzioni”.

Questo ha permesso a LifeGate di realizzare che spesso questi interlocutori non dialogano tra loro. Per questo, le soluzioni al problema dell’inquinamento delle plastiche nelle acque italiane esistono, ma spesso non sono conosciute perché non condivise o accessibili. “Nel dialogo tra i vari rappresentanti della società civile si creano delle magie. E questa è una delle funzioni per noi più importanti di queste tecnologie, al punto che a volte ci piace dire che funzionano anche se spente”.

Prevenire è meglio che curare, il futuro ideale è senza Seabin

Non è il peso dei rifiuti raccolti che determina la qualità e l’efficacia del funzionamento del Seabin, bensì le reazioni che genera nelle persone. “Per noi è fondamentale che il cestino sia visibile. Perché quando si vede cosa viene catturato all’interno del Seabin è possibile capire che quel rifiuto fa parte probabilmente di un acquisto fatto nei giorni precedenti e crea un effetto molto forte, molto più efficace di qualsiasi articolo, comunicazione, spot radiofonico. Quando dentro al cestino si vede la bottiglietta, il tappo o il mozzicone di sigaretta, ci si rende conto che il problema è originato dal comportamento delle persone, dalle scelte fatte. E questo aiuta a cambiare davvero, perché genera un cambiamento culturale”.

Nell’ottica di LifeGate, puntando a prevenire il problema dalla sua origine, il Seabin e le altre tecnologie che permettono la raccolta delle plastiche nelle acque italiane un giorno non dovranno più servire dovrebbero avere futuro. L’obiettivo principale dell’azienda resta offrire soluzioni concrete e ad impatto che mostrino che il problema ha a che fare con le singole scelte quotidiane, anche quelle ritenute più banali, come il fare la spesa, anche in luoghi dove il mare non si vede. “D’altra parte, dove inizia il mare? Anche nelle grandi città come Milano e Torino, con le loro darsene e canali”.

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Giovanni Beber

Giovanni Beber. Studio Filosofia e Linguaggi della Modernità presso l'Università di Trento e sono il responsabile della comunicazione di un centro giovanile a Rovereto. Collaboro con alcuni blog e riviste. Mi occupo di sostenibilità, ambientale e sociale e di economia e sviluppo.

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