Viviamo un tempo attraversato da crisi profonde, ambientali, economiche, sociali, che spesso sembrano toglierci il respiro. Eppure è proprio in mezzo a questa complessità che può aprirsi una straordinaria possibilità: evolvere con consapevolezza.
Tra le voci più autorevoli in questa direzione c’è Oscar Di Montigny: innovatore sociale, divulgatore, imprenditore culturale e attivista. Fondatore della Grateful Foundation e ideatore del paradigma dell’economia sferica, ha alle spalle una lunga carriera in ambito bancario, formativo e strategico, tutte esperienze legate da un filo rosso che lo ha portato a un nuovo concetto di umanesimo: rimettere l’essere umano al centro dei sistemi economici, sociali e organizzativi.
Lo abbiamo intervistato per saperne di più. «Finalmente – afferma – nella lunga storia della nostra amata umanità, sta arrivando un nuovo tempo nel quale potremo riportare l’attenzione all’umano, all’anima e allo spirito». Un tempo che ci chiede non solo di essere intelligenti e veloci, ma anche consapevoli e profondamente umani. Un tempo che invita a ripensare il nostro “fare” collettivo mettendo la coscienza al centro di ogni scelta.
Un passaggio d’epoca: il coraggio di attraversare la soglia
La riflessione condivisa da Oscar Di Montigny in questa intervista a BuoneNotizie.it nasce dall’osservazione attenta della realtà contemporanea, segnata dalla convergenza di crisi sociali, economiche, ambientali e finanziarie che mettono in discussione l’idea di una crescita infinita, ereditata culturalmente dal secondo dopoguerra. Tuttavia, questo scenario non viene letto come un punto di non ritorno, ma come una soglia evolutiva, un’occasione concreta per trasformare i modelli attuali e ripensare profondamente i sistemi in cui viviamo.
«È un momento di grande confusione, nell’accezione alchemica del termine: si stanno rifondendo le polveri e ci sarà un nuovo disegno». La prospettiva che si apre non riguarda la fine di un sistema, ma la nascita di un contesto inedito: «Si sta facendo un nuovo tempo nel quale finalmente potremo riportare l’attenzione all’umano, all’anima, allo spirito, al centro non solo più delle nostre riflessioni interiori, ma anche del nostro fare esteriore».
Siamo dunque «su una soglia, su un passaggio» che richiede un cambio di atteggiamento. Per attraversare questo periodo complesso e dar vita a un nuovo modo di vivere e lavorare, serve una dote precisa: «Bisogna avere la forza di passare attraverso questo momento con grande consapevolezza, coscienza, responsabilità».
Oltre la velocità: da “smart” (intelligente) a “wise” (saggio)
Se vogliamo davvero rimettere al centro la persona, con i suoi bisogni, ma anche le sue aspirazioni più intime e profonde, le relazioni, i valori e non solo l’efficienza, dobbiamo fare i conti con un presente che sembra spingerci altrove. Viviamo in un mondo dove tutto corre: la tecnologia accelera, le decisioni si prendono in fretta, e spesso il benessere umano passa in secondo piano. Oggi il termine smart definisce gran parte della nostra quotidianità: città, edifici e modalità di lavoro sono progettati per essere sempre più intelligenti, veloci ed efficienti. Questa spinta, però, rischia di farci perdere di vista l’essenziale: «Questa condizione, a mio parere, sta al contempo portando una dimensione fortemente disumanizzante».
Per comprendere l’alternativa, ci viene in aiuto un insegnamento di Tara Gandhi, nipote del Mahatma, che ha avuto la fortuna di incontrare tanti anni fa e con cui è diventato anche amico…
«Non è la velocità che fa la differenza, ma la direzione, l’orientamento»
Tara Gandhi
Non si tratta quindi di smettere di crescere o di rallentare, ma di aggiungere la consapevolezza alla velocità, poiché «l’essere umano per definizione vuole, tende inerzialmente a crescere». Passare dall’essere intelligenti all’essere saggi significa proprio recuperare il senso del dove stiamo andando: «Perché quindi da smart a wise? Perché noi dobbiamo mantenere l’orientamento».
L’obiettivo non è più soltanto quello di rendere i nostri ambienti efficienti e tecnologicamente avanzati. Serve di più: servono luoghi che siano capaci di mettere al centro le persone, la loro qualità di vita, le relazioni, il benessere emotivo. In altre parole, contesti non solo funzionali ma anche “vivi”, umani, in grado di nutrire senso e comunità. «Aspiro ad una città saggia, non a una città semplicemente efficiente (smart, appunto). Credo che la forma più alta di saggezza sia restituire anche all’economia umanità e vita».
L’evoluzione del modello: dall’economia circolare all’economia sferica
Per tradurre questa saggezza in un sistema concreto, tuttavia, i modelli attuali non bastano più. L’economia circolare ha segnato una svolta importante, ma il cerchio ha un limite: è piatto, bidimensionale, mentre la realtà delle persone, delle comunità e delle organizzazioni è molto più profonda e articolata. «È necessario aggiungere una terza dimensione, data dalla centralità dell’individuo, dell’essere umano, della persona». Da questa intuizione nasce l’economia sferica: «Questo fa sì che si crei una sfera».
L’idea della sfera non è solo un’immagine bella esteticamente, ma una metafora concreta e utile per capire come dovrebbero funzionare le organizzazioni di domani. Come accade nella geometria e nella sua meccanica, «quando una sfera subisce una pressione non si rompe, ma distribuisce equamente questa pressione su tutti i punti e si sposta, anziché restare schiacciata». Allo stesso modo, in un mondo pieno di incertezze, non sopravvive chi rimane rigido, ma chi sa adattarsi. Un’azienda, quindi, anziché crollare sotto il peso delle difficoltà, può “rotolare”, cambiare posizione e trovare un nuovo equilibrio.
Un nuovo modello relazionale: se vinci tu, vinco anch’io
L’economia sferica non è solo una bella teoria: è una visione concreta, supportata anche da ciò che oggi ci dice la scienza. La fisica ci insegna che tutto, nell’universo, è collegato: ogni persona, ogni gesto, ogni organizzazione fa parte di una rete in cui tutto influisce su tutto. In un mondo così strettamente interconnesso, l’idea che per vincere qualcuno debba perdere, non solo è superata, ma può diventare dannosa anche per chi pensa di uscirne vincitore.
Da qui deriva un cambio di strategia inevitabile: «Se siamo tutti interconnessi, l’unica maniera di perseguire il nostro vantaggio è generare un vantaggio per l’altro. Vita mea, vita tua». Capire questo significa cambiare il modo in cui pensiamo alle aziende e alle organizzazioni: non sono solo strutture che devono funzionare bene, ma comunità di persone, dove ciò che fa bene all’uno deve far bene anche all’altro.
Molto spesso, chi guida le aziende tende a considerarle come macchine, cioè come insiemi di pezzi da far funzionare in modo efficiente. Ma questa visione è riduttiva e sbagliata: «Le macchine danno risposte, l’essere umano si fa domande. Le macchine sono un programma, l’essere umano è un progetto». Le aziende, essendo fatte di persone, non sono organizzazioni, ma organismi viventi e come tali vanno gestiti, perché «biologia produce biologia, coscienza produce coscienza», non semplici numeri. È un invito a recuperare la nostra dimensione: «Noi non siamo esseri umani che nel migliore dei casi fanno esperienze spirituali. Noi siamo esseri spirituali che fanno esperienze umane per consentire alle nostre anime di imparare ed evolvere».
I semi del futuro: dalle università alle istituzioni
Questa visione, che mette insieme dimensione interiore e conoscenze scientifiche avanzate, non è solo un’idea teorica o una filosofia astratta. Al contrario, si sta già calando nella concretezza delle istituzioni e delle aule universitarie, trasformandosi in metodo operativo. Quella che poteva sembrare un’utopia è, nelle parole di Oscar Di Montigny, un vero e proprio cantiere.
Questi contenuti stanno già entrando nei programmi universitari e accademici, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di professionisti più consapevoli. Il progetto sta anche superando i confini italiani, pronto a essere condiviso con rappresentanti da tutto il mondo in un importante appuntamento internazionale in Canada (ne parliamo nella nostra intervista).

Nella nostra intervista Oscar Di Montigny mette a confronto economia circolare ed economia sferica parlandoci della sua idea di nuovo umanesimo
Le parole di Oscar Di Montigny ci lasciano con una certezza: il cambiamento non è un evento che dobbiamo attendere passivamente, ma un processo già in atto, guidato da chi ha il coraggio di guardare lontano e di incarnare per primo il modello di mondo che desidera. Se è vero che “tutto è interconnesso”, allora costruire questo nuovo umanesimo è responsabilità di ogni persona, di ogni scelta quotidiana.
A questo punto, la vera domanda non è se il mondo cambierà, ma come decideremo di dare un senso a questo cambiamento, orientandolo verso ciò che è buono, bello, vero, giusto. Per tutti. Vogliamo continuare a correre senza una direzione, oppure scegliere con consapevolezza dove stiamo andando, dando finalmente un senso al nostro cammino? La risposta è nella nostra intervista a Oscar Di Montigny nel nostro canale YouTube.


