Si sta diffondendo ormai sempre più anche in Italia il fenomeno di fashion renting, ossia l’atto di noleggiare abiti invece che comprarne di nuovi, magari per occasioni speciali o eventi. Sono i giovani a trainare la domanda, soprattutto della Gen Z, con la loro spiccata sensibilità verso l’ambiente. Infatti gli acquisti usa-e-getta per occasioni spesso tendono a cadere nel segmento fast fashion, perché il consumatore mira a spendere l’essenziale: un’alternativa è possibile, nell’ottica della moda sostenibile.

Oltre Rent the Runway: il fenomeno in Italia

Avere un guardaroba infinito è il sogno di molti, che può finalmente diventare realtà con i servizi di moda a noleggio. Il fenomeno nasce oltreoceano con la startup Rent The Runway, fondata nel 2009 da Jessica Herrin e Jennifer Hyman. Quest’azienda statunitense, pioniera nel mercato, ha oggi un bacino di 5 milioni di utenti ed ha raccolto 600 milioni di dollari di finanziamenti. Il fashion renting (letteralmente “moda in affitto”) è l’usanza di noleggiare temporaneamente abiti e accessori firmati – anche in abbonamento, modalità privilegiata dai brand stessi che richiedono un importo fisso mensile. Il vantaggio principale dal punto di vista del consumatore è arrivare a potersi permettere facilmente prodotti di alta moda: solitamente non accessibili ai più, sia per lo stock estremamente limitato che per i prezzi molto alti.

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L’occasione d’uso per noleggiare un abito? In primis occasioni una tantum, come un matrimonio, ma anche eventi, cerimonie. Le aziende che offrono servizi di noleggio per l’abbigliamento spesso hanno una sede fisica ma operano prevalentemente su piattaforme online. Alcuni nomi di riferimento sul territorio italiano sono Drexcode a Milano, Fiore Archivio a Napoli, Re-Use with Love a Bologna e Rent Fashion Bag a Macerata. Quest’ultimo – specializzato nelle borse – permette di noleggiare per esempio l’iconica borsa Birkin di Hermès a partire da 250 euro a settimana.

Come funziona il modello di business

DressYouCan è una sorta di Airbnb dei guardaroba Made in Italy. Fondato a Milano nel 2015, è oggi uno dei provider leader in Italia. La fondatrice, Caterina Maestro, lo definisce una vera e propria forma di fast fashion al contrario, perché il modello di business della moda in affitto va non solo a fornire un servizio occasionale ai clienti che lo necessitano, ma anche a prolungare la vita stessa dei capi coinvolti in questione. Il capo offerto dai provider di fashion rental costa al cliente circa il 10-15% del prezzo al dettaglio originario, un buon compromesso tra lusso e risparmio. Come funziona in breve il servizio? Dove aver scelto il capo desiderato nella rispettiva taglia va selezionata la durata del periodo di noleggio (spesso ancorato ad un minimo di 4 giorni). Dopo aver processato ordine e pagamento il prodotto arriva a casa e andrà rispedito indietro tramite corriere al termine del periodo di affitto. Le aziende offrono incluso anche un servizio di tintoria e assicurazione.

La moda in affitto è un modello di consumo che piace molto ai più giovani. Come riporta Il Sole 24 Ore, si prevedono 2 miliardi di fatturato per il 2023, con una domanda trainata in primo luogo dalla Generazione Z. Il dato non stupisce: i giovani nati nel Nuovo Millennio si configurano come il segmento più attento agli impatti ambientali e quindi orientato verso una quanto più possibile moda sostenibile. La rivoluzione green può partire quindi anche dal nostro armadio. Senza dover rinunciare alle ultime tendenze.

Una buona pratica nell’ottica della moda sostenibile

Noleggiare abiti e accessori può essere quindi un altro tassello importante volto alla creazione di un’ecosistema produttivo più sostenibile per il settore moda. Che, come sottolinea Cikis Studio (società di consulenza milanese specializzata nella sostenibilità per aziende di moda e lusso), è ancora una delle industrie più inquinanti. Lo spreco delle risorse e la mancanza di interventi mirati per valorizzare gli scarti di produzione rappresentano anche un notevole costo per le imprese. In 15 anni, infatti, c’è stato un raddoppiamento della produzione globale. Ma solo l’1% dei vestiti viene riciclato, con un esponenziale incremento di rifiuti.

In questo contesto ancora complesso, il sistema di produzione e distribuzione circolare rappresenta una leva imprescindibile per mitigare le esternalità del tessile. Con modelli economici di circolarità come la rivendita di seconda mano e vintage e, appunto, la moda a noleggio. Quest’ultima in fase di crescita anche grazie alla sempre maggiore diffusione dell’ e-commerce. Il fashion renting sta attirando l’attenzione anche dei big player del lusso, con investimenti da parte di Kering, Ralph Lauren, Selfridges. Anche l’italiano Twinset da qualche anno ha messo sul mercato la propria piattaforma Please Don’t Buy, specializzata in abiti da cerimonia, party e occasioni speciali.

La moda in affitto è un fenomeno che consente quindi sia di evitare l‘iperconsumismo fine a se stesso tipico della cultura fast fashion (riducendo l’impatto ambientale dannoso dell’industria) ed evitando contemporaneamente ai consumatori l’investimento in tempo e denaro per acquistare nuovi capi.

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Virginia Allegra Donnini

Con un background di studi ed esperienze lavorative a cavallo tra economia, marketing e moda scrivo di tendenze, pop culture, lifestyle. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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