L’hip hop è un genere musicale nato dal basso, dalla cultura afroamericana negli anni Settanta. All’inizio ghettizzato, nel tempo si è è evoluto in un genere di nicchia, per poi esplodere negli ultimi 10 anni e diventare il genere più ascoltato al mondo. Ecco come è diventato il manifesto della Generazione Z, rivoluzionando la moda, i contenuti e l’estetica della pop culture.
Il legame tra Generazione Z e cultura afro: oltre i confini nazionali
L’influenza della cultura street impersonata nell’hip hop a livello musicale e dallo stile streetwear nella moda sono protagonisti della cultura popolare in modo importante da circa un decennio ormai. Una rilevanza globale, in particolare in Occidente. Ma rilevabile anche nel particolare. Lo ha confermato, ancora una volta, la classifica italiana di Spotify mesi fa, che vede protagonisti nelle prime dieci posizioni solo artisti rapper (o meglio, nello specifico, trapper), appartenenti al genere hip-hop/rap.
Infatti la preferenza del pubblico dei più giovani (nella fascia d’età 16-24 anni), è quella che poi incide maggiormente sul complesso dei consumi musicali dell’intera nazione. Le mode le fanno da sempre i giovani ed è quello che è successo anche con l’hip hop, fin dai suoi arbori. Un genere nato 50 anni fa, negli anni Settanta, nella comunità afroamericana del Bronx, quartiere popolare di New York. Un movimento artistico e culturale, espressione della cultura e dell’energia afroamericana urbana e popolare, che per la prima volta vedeva una sua vera e propria rappresentazione artistica. La rilevanza dell’hip hop ha poi varcato negli ultimi decenni del Novecento i confini statunitensi, per diffondersi globalmente e, da ultimo, negli ultimi anni, guadagnare sempre più trazione e influenza.
L’evoluzione dell’hip hop: Trap Generation
Il momento di svolta è stato raccontato nel 2018 da Billboard. A inizio gennaio di quell’anno, quando incoronò ufficialmente l’hip hop come il genere più ascoltato negli Stati Uniti, per la prima volta nella storia. Oltre il rock, oltre il pop. Il rapporto Nielsen citato documentava l’evoluzione di un genere che fino a qualche anno prima era più che altro di nicchia, fino a manifestarsi ora in un vero e proprio fenomeno di massa. Questo salto si doveva e deve tuttora, in particolare, al diffondersi (soprattutto tra i giovanissimi) della musica trap. Un sub-genere dell‘hip hop divisivo (a volte controverso) per il grande pubblico. Che si distingue per le basi ipnotiche, testi spavaldi (ego trip) ed espliciti, uniti a una pronunciata ostentazione materialistica e stilistica.
Nato nel Sud degli Stati Uniti, la capitale ufficiale della trap può riconoscersi sicuramente nella città di Atlanta, in Georgia. In particolare nei quartieri più poveri, abitati dalle comunità afroamericane. I trapper più famosi d’America (Future, Young Thug, 2 Chains) sono nati e cresciuti proprio qui, sperimentando una povertà estrema e la vita di strada, che documentano nei loro testi. È proprio in questo che la trap si differenzia dal rap conscious del passato. Questa nuova generazione di artisti non rinnega il proprio passato (a volte macchiato anche nella fedina penale) ma lo abbraccia, lo accetta, lo racconta senza abbassare lo sguardo. Ed è questa autenticità, quella che nel gergo viene definita street credibility, che piace agli ascoltatori della Generazione Z. L’estetica trap è volutamente eccessiva e caricaturale proprio per questo. Perché l’ostentazione è un simbolo materiale di successo per quella cultura black originaria, un “dalle stalle alle stelle”. Una sorta di espressione contemporanea del sempiterno sogno americano. E anche un modo non prendersi troppo sul serio.

