Ne soffrono oltre 80.000 italiani ma il dato sembra destinato a crescere ancora: è la celiachia, un’intolleranza permanente al glutine, in grado di arrecare seri problemi alla mucosa intestinale di chi ne soffre, come la scomparsa dei villi intestinali, responsabili dell’assorbimento di tutte le sostanze nutrienti necessarie per vivere, con conseguenze anche irreparabili. Ora, però, sembra che si sia giunti ad un punto cruciale di conoscenza della malattia, grazie alla recente scoperta di un team di scienziati.

Il merito è degli studi di Bob Anderson e di Jason Tye-Din del Walter and Eliza Hall Institute of Medical Research di Parkville, in Australia, che hanno pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista Science Translational Medicine. Tre sarebbero le molecole tossiche che porterebbero al sorgere della malattia autoimmunitaria: l’individuazione delle componenti dannose è avvenuta grazie ad una serie di esperimenti su pazienti. A 226 persone è stata somministrata, per circa un settimana, una dieta a base di cereali, seguita da un costante monitoraggio delle reazioni del sistema immunitario. Solo una parte, circa 90, delle 2.700 componenti che costituiscono il glutine scatenano la reazione autoimmune nell’organismo umano e, in particolare, tre componenti si sono evidenziati come  particolarmente tossici.

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La scoperta ha già risvolti pratici, dato che la Nexpep, società di Melbourne specializzata in ricerca e produzione di medicinali per i celiaci, ha elaborato, in base alle ricerche del gruppo di Anderson e Tye-Din, in parte finanziate proprio dal gruppo di Melbourne, un vaccino, il Nexvax2, ora in fase di sperimentazione, che potrebbe essere in grado di desensibilizzare le persone intolleranti al glutine a questi tre peptidi pericolosi.

Fino ad oggi, l’unica cura possibile per i celiaci era costituita da una rigida educazione alimentare, atta ad eliminare completamente dalla propria dieta ogni traccia di glutine, contenuta in farro, frumento, segale, orzo, kamut o avena, per esempio. Malattia difficile da diagnosticare, trovò solo alla metà del XX secolo un degno riconoscimento. E, ora, alle soglie del XXI secolo, sembra essere tracciata definitivamente la strada per sconfiggerla.

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Isabella Berardi

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