Essere buoni genitori? Saper ridere coi propri piccoli

L’umorismo come importante metodo educativo per i più piccoli: sono questi i risultati di un progetto di ricerca condotto da un gruppo di scienziati dell’Università di Stirling, in Scozia, i cui primi risultati sono stati divulgati al pubblico in occasione del Festival delle Scienze Sociali che si sta svolgendo nel Regno Unito e che terminerà il 5 novembre.

Secondo Elena Hoicka, psicologa, ricercatrice e autrice dello studio, i genitori che scherzano e inventano divertenti fantasie per mostrare cosa è giusto o sbagliato ai loro piccoli stanno dando loro un vantaggio in termini di competenze per la loro vita futura. “Sapere come scherzare è un abilità importantissima per farsi degli amici, gestire lo stress, pensare creativamente e fuori dal coro” afferma la ricercatrice “mentre sviluppare giochi d’immaginazione aiuta i bambini ad imparare cose sul mondo esterno, ad interagire con gli altri, ad essere creativi ed in grado di risolvere i problemi”.

Abbiamo chiesto a Elena Hoicka di svelarci qualche piccolo segreto per migliorare l’approccio educativo con i propri bambini, anche se non si è portati ad un metodo scherzoso: “Se un genitore pensa di non essere in grado di esprimersi correttamente quando scherza con il proprio piccolo” ci spiega la ricercatrice deve solo assicurarsi di ridere e sorridergli il più possibile e fargli capire che non si sta comportando in modo serio attraverso le sue parole ed azioni .  L’indicazione di un’azione sbagliata può essere data semplicemente trasmettendo al bambino, in modo divertente, un’esclamazione di incredulità tipo “Oh no!!!”. I piccoli, già a 24 mesi, sono in grado di cogliere l’insegnamento impartito, mentre quelli di 2 anni e mezzo sanno già distinguere chiaramente la realtà e il gioco.

I bambini coinvolti nello studio, infatti, di età compresa tra i 15 e i 24 mesi, sono già stati in grado di cogliere la differenza tra i due concetti, in apparenza simili ma in realtà molto diversi, dello scherzo e del gioco di finzione.

Entrambe le nozioni sono connesse  al fare o dire la cosa sbagliata intenzionalmente e in modo divertente , ma con due fini diversi. Mentre si scherza, infatti, si dice o si fa la cosa sbagliata solo per il gusto di farlo; al contrario, le simulazioni sono far finta di fare qualcosa di sbagliato che si immagini sia, però, giusto. Permetteranno ai bambini  di capire come fare certe cose, come guidare una macchina o cucinare in modo corretto, quando saranno grandi.

Sono i linguaggi non verbali la discriminante che permette ai piccoli di capire quale tipo di azione sta compiendo il genitore e, quindi, di capire il suo insegnamento: l’uso di un tono di voce pacato, secondo gli studi degli psicologi scozzesi, contraddistinguerebbe l’area della simulazione, mentre l’utilizzo di diverse esclamazioni e di un tono di voce più eccitato sono legati al momento degli scherzi.

Questi risultati sono supportati anche da un ulteriore studio della Hoicka, in cui si dimostra che i bambini con un età compresa tra i 30 e i 36 mesi  sono già in grado di distinguere tra l’umorismo e le sincere intenzioni dei genitori.

La ricerca dell’Università di Stirling, finalizzata a capire come differenti segnali non solo linguistici, ma anche acustici e non verbali possano influenzare l’educazione dei più piccoli,  è stata finanziata dall’Economic and Social Research Council, la più grande organizzazione del Regno Unito relativa ai temi economici e sociali.

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