Finanziamenti europei alla ricerca d'avanguardia, molti progetti hanno paternità italiana

Spesso una buona notizia va cercata, quasi rovistata tra le macerie di dati impassibili, che sembrano condannare il nostro paese all’oblio: il resoconto dello European Research Council sui finanziamenti destinati alla ricerca scientifica per il 2013 mostra un encefalogramma piatto, il che è per altro in linea con la vulgata di questi organi sempre più in fuga, almeno dal nostro paese.

L’ERC è un meccanismo di assegnazione di finanziamenti per la ricerca scientifica che, ogni anno, destina qualcosa come 570 milioni di euro allo sviluppo di progetti accademici che concernono una molteplicità di discipline e settori di applicazione. Il finanziamento per un singolo progetto può arrivare fino a circa 3 milioni di euro e, mediamente, si tratta di 1,8 milioni di euro stanziati per progetto.

Un appassionato articolo di Marco Cattaneo, pubblicato su Le Scienze, sottolineava pochi giorni fa un paradosso del contesto accademico italiano: sono di nazionalità italiana, infatti, il 15% dei ricercatori che ottengono un finanziamento attraverso l’ERC. É una percentuale assai rilevante: dopo la Germania, e assai prima di Francia e Regno Unito, siamo il secondo paese in termine di paesi rappresentati, il tutto senza tenere conto del numero di ricercatori sul totale della popolazione, che ci proietterebbe al primo posto.

Il lato negativo, tuttavia, sta nel fatto che, di 46 contributi erogati in cui il ricercatore/ricercatrice capofila del progetto è di nazionalità italiana, solo 20 sono poi effettivamente realizzati in Italia (vedi fig.1 e 2).

figura 1

 

 

 

 

 

 

Quel che è peggio, solo 1 progetto coordinato da ricercatori stranieri, tra quelli che ottengono un finanziamento, viene poi realizzato nel Belpaese. Quindi, il problema non sta tanto o soltanto nel cosiddetto brain drain, ma nell’incapacità sistemica di attrarre cervelli dall’estero.

E allora dove sta la buona notizia? Esattamente nel bel mezzo delle macerie, perché l’unica possibilità di ripartire è guardare il contesto da una prospettiva radicalmente diversa e che punti proprio sui fatti incontestabili. I dati mostrano chiaramente, infatti, che la qualità della ricerca svolta da connazionali è elevatissima: il capitale umano italiano, per usare una terminologia più adatta ai ritorni degli investimenti in istruzione, è un patrimonio che va e può essere recuperato, sopratutto perché produce, come ogni capitale che si rispetti, un rendimento di lungo periodo.

figura 2

Solo attraverso una valorizzazione continua e crescente delle competenze e del merito, è possibile intravedere una via d’uscita o un corridoio di sviluppo percorribile, il tutto attraverso poche mosse mirate. A ciò si aggiunga l’opportunità, ad oggi assolutamente non sfruttata, di stimolare appunto una contaminazione in grado di portare innovazione e crescita in Italia da altri paesi e godere delle esternalità positive di un sistema di ricerca europeo integrato. È quello che fa il Regno Unito grazie alla capacità attrattiva delle sue università.

Nonostante la situazione italiana sia immobile e con un saldo netto negativo del numero di ricercatori che migrano verso altri lidi, la comunità accademica italiana non è che respiri a fatica per insufficienza polmonare, ma perché c’è poca aria, a cominciare da finestre che sembrano inchiodate ineluttabilmente.

Gli strumenti per intervenire, dunque, esistono: la politica deve e può agire, immediatamente, in modo efficace.  Liberando innanzitutto le risorse che possono favorire la crescita della ricerca (in primis, i fondi per i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, i cosiddetti PRIN, che l’anno scorso ammontavano alla roboante cifra di 0); semplificando le norme di un mercato del lavoro appesantito da una burocrazia asfissiante e da una giungla di contratti che paralizzano la crescita dell’occupazione; stimolando i movimenti migratori, occasione e risorsa di crescita, più che spauracchio per le nostre prospettive occupazionali.

Da mesi, si parla nel mondo di un libro scritto anch’esso (guarda un po’) da un accademico italiano, Enrico Moretti, economista dell’Università di Berkeley che ha pubblicato La nuova geografia del lavoroMoretti propone un’analisi del mercato globale in cui rivestono, e rivestiranno in futuro, sempre maggiore importanza le città e i distretti, come vera leva di sviluppo e di innovazione. Per un contesto come l’Italia, spesso travolta da conflitti fra livelli istituzionali che si paralizzano vicendevolmente, e con un’economia industriale ancora basata su eccellenze organizzate localmente, questo può e deve rappresentare, più che una sorgente di criticità paralizzanti, un formidabile e possibilissimo ottimo punto di partenza.

Naturalmente, il però esiste anche qui. Moretti, infatti, mostra con evidenza empirica robusta che i modelli innovatori più di successo tendono a consolidarsi nel tempo: città più dinamiche, insomma, diventano sempre più dinamiche, mentre la periferia dell’Impero, ahinoi, è spinta sempre più verso la marginalizzazione. Non si diventa Silicon Valley facilmente, ma quando la si diventa, si acquisisce un enorme vantaggio competitivo.

Da qui l’urgenza di cogliere la domanda di innovazione che eventi come, per esempio, Expo 2015 per Milano, pongono al Paese e che, potenzialmente, rappresentano occasione di creazione di lavoro e di valore aggiunto; da qui, naturalmente, l’importanza strategica di tornare a produrre un segno “+” alla voce ‘investimenti in ricerca’; da qui, infine, l’unica possibilità di generare, con rendimenti stabili e promessa di successo, le buone notizie di cui questo paese ha fame atavica.

 

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