Se esistono sistemi naturali il cui stato di salute e le prospettiva di vita vanno di pari passo con la quantità di precipitazioni nevose sono proprio i ghiacciai. Il trend degli ultimi decenni ci racconta come la quantità di neve che cade nei mesi freddi non sia più sufficiente a recuperare quella persa durante la fusione estiva. La conseguenza è uno stato di crisi generale dei ghiacciai nel mondo, dalle grandi calotte della Groenlandia e dell’Antartide fino ai piccoli ghiacciai alpini. Si frammentano in ghiacciai più piccoli, si anneriscono, e si assottigliano: tutto questo li porta a spegnersi lentamente fino ad estinguersi. Ma la primavera 2023, a sorpresa, è stata caratterizzata da importanti precipitazioni nevose: un vero e proprio regalo per molti ghiacciai che, ora, possono godere di un manto nevoso sufficientemente spesso per contrastare la fusione dei prossimi mesi caldi.

Come, quando, e perché si fondono i ghiacciai

I ghiacciai sono – per definizione – accumuli di ghiaccio, conseguenza della compattazione e ricristallizzazione della neve che forma un vero e proprio ammasso, simile per caratteristiche a un corpo roccioso. Senza neve, semplicemente, non esisterebbero. Il naturale andamento climatico prevede che, a fronte di estati calde e prive di precipitazioni, ci siano altrettanti inverni freddi e nevosi che permettono ai ghiacciai di recuperare le loro condizioni ideali e ristabilire, di conseguenza, il giusto equilibrio tra fusione estiva e accumulo di neve invernale.

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Quando la velocità e la quantità di fusione è più alta rispetto all’accumulo di neve invernale, un ghiacciaio inizia a ritirarsi. La frequenza con cui questo si verifica è quadruplicata in trent’anni: la Groenlandia ha perso il 60% della sua massa glaciale, le Alpi i 2/3 del loro volume. Le cause sono da attribuire ai cambiamenti climatici in corso, che hanno provocato un aumento della temperatura media globale (ad oggi di 1.2° Celsius rispetto all’epoca preindustriale) e un innalzamento della temperatura degli oceani.

Una primavera di tregua ridurrà la fusione dei ghiacciai alpini

La stagione di accumulo di quest’anno si è rivelata a due facce: da autunno alle prime settimane di primavera è stata la scarsità di precipitazioni a fare da padrona, eccezion fatta per qualche nevicata consistente verificatasi nella prima metà di dicembre. L’andamento nivometrico è cambiato radicalmente da fine aprile, facendo registrare perturbazioni eccellenti che non si vedevano, sostanzialmente, dal periodo siccitoso che durava da novembre 2021. Questo incremento del manto nevoso ha contrastato – in extremis – il deficit invernale, che era stato addirittura peggiore dell’annus horribilis 2022.

Il livello medio della neve caduta nella stagione 2022/23 è salito grazie a una primavera fredda, caratterizzata da importanti precipitazioni associate allo scirocco umido di fine aprile e fine maggio. Ciò ha permesso di far registrare un miglioramento rispetto al 2020/21 e al 2021/22, nonostante la quantità di neve rimanga al di sotto della media stagionale del decennio 2013-2022. I dati sul livello medio del manto nevoso rispecchiano quelli sulla massima altezza stagionale, che si rivela migliore rispetto agli scorsi due anni ma inferiore se comparata al decennio in questione. Sul Gran Paradiso (2850 m), ad esempio, è stata registrata un’altezza massima di 185 cm, superiore rispetto al 2020/21 (170 cm) e 2021/22 (115 cm).

Gran Sasso, Trentino e Alpi italo-austriache tornano a respirare

Per diversi gruppi montuosi e i loro ghiacciai – da tempo in agonia – le abbondanti precipitazioni di aprile e maggio hanno portato ad una tregua. Sul confine italo-austriaco, i ghiacciai hanno addirittura superato del 6% la media stagionale di copertura nevosa, come riporta Geosphere Austria. Inoltre, sono stati registrati 10 cm di neve in più rispetto ai dati degli ultimi anni in molti ghiacciai austriaci, come il Goldbergkees (415 cm).

In Trentino, invece, le recenti immagini satellitari hanno dimostrato come tutti i ghiacciai della regione siano ancori coperti dalla neve. L’accumulo di neve è due volte superiore rispetto a quello – molto scarso – dello scorso anno, anche se rimane un deficit vicino al 50% rispetto ai dati degli ultimi dieci anni. Spostandoci sugli Appennini, poi, si registra una netta ripresa da parte del Gran Sasso, che tra la fine di maggio e l’inizio di giugno si presentava ancora in in condizioni simili invernali. Una situazione, quella del “gigante” degli Appennini, diametralmente opposta rispetto a quella dello scorso anno, quando la (poca) neve caduta durante l’inverno si era sciolta precocemente e il ghiacciaio aveva iniziato a fondersi.

Non ci resta che scongiurare ondate di calore eccessive durante l’estate, che provocherebbero una rapida fusione dei ghiacciai e della neve caduta in primavera. Un manto di neve fresca, infatti, riflette quasi il 100% dei raggi solari e protegge meglio il ghiacciaio dallo scioglimento. Nonostante – per l’andamento a lungo termine dei ghiacciai – il clima estivo sia più importante di quello invernale, i dati di quest’anno fanno ben sperare.

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Tommaso Barbiero

Nasce a Busto Arsizio, nel varesotto, 25 anni fa.Laureato in Scienze della Comunicazione, attualmente collabora con due testate giornalistiche: Buonenotizie.it e Sprint e Sport. Scrive di sport, ma anche di ambiente e sostenibilità. Crede nel potere della parola come strumento per fare buona comunicazione, che sia propositiva e costruttiva, oltre che seria e affidabile.Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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