Quando facciamo shopping la prima cosa che teniamo in considerazione spesso è il prezzo degli abiti e la loro convenienza. La nostra reale necessità, i materiali, la provenienza vengono in secondo piano. E l’ambiente? Pochi si soffermano a pensare che anche i vestiti possono inquinare. La tendenza del momento è il fast fashion. Compriamo molti vestiti, li indossiamo, li mettiamo da parte. Ma ci siamo mai chiesti se facciamo acquisti etici?

In che modo i vestiti sono collegati al cambiamento climatico

Nel dicembre del 1989 a New York, viene inaugurato il primo negozio di Zara, una catena di abbigliamento spagnola. Il fondatore dichiara che dal momento della progettazione dell’indumento al suo arrivo in negozio passano solo 15 giorni. Il New York Times cattura questo concetto con un’espressione che diventerà poi la moda degli ultimi trent’anni. Fast Fashion, moda veloce.
I marchi che utilizzano questa formula sono ormai tantissimi. Aziende che producono abbigliamento a costi molto bassi e con un ritmo elevato. Negli ultimi anni questa tendenza è spopolata in tutto il mondo. Si comprano tanti vestiti perché costano poco, si usano ogni tanto e poi si buttano.

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La “moda veloce”, secondo il Parlamento Europeo, è attualmente uno dei settori meno sostenibili dell’economia globale. Come detto in precedenza, i cicli di produzione sono rapidissimi, dalle 2 alle 4 settimane. Questo significa che in un solo anno viene prodotta una quantità enorme di vestiti. Anche i prezzi molto bassi hanno un loro perché. Cioè lo sfruttamento di qualsiasi risorsa possibile. La qualità dei tessuti, la confezione, il design, il lavoro. Tutto viene realizzato al minimo costo possibile.

Questo processo ovviamente, ha delle conseguenze sull’ambiente. La combinazione dei prezzi bassi e della produzione continua ha causato una sovrapproduzione. Come diretta conseguenza i rifiuti tessili sono aumentati in maniera spropositata negli ultimi anni.
Secondo le Nazioni Unite l’85% di questi vestiti prodotti finisce nelle discariche o viene incenerita, circa 92.000 tonnellate all’anno tra merca invenduta e indesiderata.

Per non parlare poi dell’altissimo consumo di acqua nelle produzioni e dell’inquinamento idrico generato, l’industria tessile infatti è responsabile del 20% della contaminazione dell’acqua potabile nel mondo a causa delle microplastiche di scarto. Anche le produzioni di cotone, che potrebbe sembrare un materiale sostenibile, causano l’emissione di grosse quantità di CO2 nell’atmosfera. In generale solo le emissioni dell’industria tessile equivalgono al 10% di quelle globali. Insomma l’industria della moda sembra essere molto economica per noi, ma non per l’ambiente.

Evoluzione del Fast Fashion: un nuovo equilibrio tra tendenze veloci della moda e sostenibilità duratura

Foto di Jackson David

La moda fast fashion abbraccia la sostenibilità

Questo sistema di produzione ha indubbiamente portato la moda ad essere accessibile a molte persone solitamente escluse. Ma dato il suo enorme sviluppo, si può fare davvero qualcosa per renderlo più sostenibile? Molte realtà stanno provando a cercare delle soluzioni al riguardo. Una, ad esempio, sarebbe la creazione di prodotti più durevoli, rispetto a quelli in commercio adesso. Questo comporterebbe anche un rallentamento nella produzione, riducendo le collezioni e investendo su tendenze più durature.

Un’altra soluzione potrebbe essere l’uso di materiali migliori. Attualmente quello più utilizzato è il poliestere, un derivato del petrolio. Poco sostenibile e altamente inquinante. Alcune materie prime utilizzabili come valide alternative sono ad esempio, l’Ortica (da cui si ricavano fibre morbide e traspiranti) o l’Orange Fiber (ottenuta col residuo che resta dalla spremuta degli agrumi), utilizzata anche da Salvatore Ferragamo in una sua collezione. Anche il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti tessili dovrebbe essere fatto in maniera ecologica.

Nel nostro piccolo potremmo farlo vendendo i nostri abiti inutilizzati o donandoli a persone più bisognose. Oltre che vendere, potremmo anche acquistare indumenti di seconda mano, oppure realizzati con materiali riciclati. L’imballaggio è un altro fattore fondamentale, preferire vestiti con imballaggi minimi o realizzati con materiali riciclabili, è una scelta migliore. Così facendo la domanda del fast fashion si abbassa e si crea per altri tipi di abiti. Che originano meno rifiuti e utilizzano meno risorse ambientali.

Indubbiamente anche un intervento pubblico potrebbe ridurre i danni. A tal proposito i membri del Parlamento Europeo hanno proposto misure più rigide per fermare la produzione eccessiva di tessili. Ad esempio, i paesi dell’UE sono obbligati a provvedere alla raccolta differenziata dei tessili entro il 2025.

La consapevolezza delle nostre azioni è comunque alla base del cambiamento. Preferire abbigliamento che ha un basso impatto sull’ambiente è importante. Quando compriamo informiamoci sulla provenienza del prodotto e sulla sua realizzazione.
Responsabilità significa anche acquistare di meno e cercare di utilizzare più spesso ciò che abbiamo. Ricordiamo che ciò che non paghiamo noi, potrebbe pagarlo l’ambiente.

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Eva Ricevuto

Laureata in Arti Tecnologiche e appassionata di cinema, femminismo e sostenibilità. Sono un'aspirante giornalista pubblicista e cinematografica. Collaboro con BuoneNotizie.it e partecipo al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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