Il granchio blu, arrivato in Italia attraverso le grandi navi cargo americane, sta creando scompiglio nei mari e nelle lagune della nostra penisola. Se ne contano a milioni, ormai, la maggior parte dei quali nel Mar Adriatico. Il forte conflitto con la fauna autoctona comporta l’urgenza di trovare delle contromisure per salvaguardare un settore, quello ittico, già messo in ginocchio dall’improvvisa proliferazione dei granchi blu.

Gli scienziati stanno studiando eventuali proposte, mentre alcune start-up hanno già lanciato i loro progetti. Al momento, comunque, la strada più efficace sembra essere quella dell’iperconsumo dei crostacei. Sullo sfondo, poi, il precedente storico della Tunisia, riuscita a trasformare quella dei granchi “alieni” da piaga a storia di successo.

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Quando e perché è comparso il granchio blu

Il primo avvistamento risale al lontano 1949 nella laguna veneziana. Solo nel 2010, però, vengono riconosciute popolazioni stabili di Callinectes sapidus – nome scientifico del granchio blu – lungo tutta la costa adriatica. I crostacei approdarono nel mediterraneo trasportati dalle navi cargo americane, con ogni probabilità stipati nelle acque di zavorra delle stive.

Negli ultimi anni la presenza di queste popolazioni è in costante aumento. A contribuire a questa prolificazione è stata anche la tropicalizzazione del mediterraneo causata dal cambiamento climatico. Le larve necessitano di una temperatura di almeno 15° per svilupparsi regolarmente, e una femmina può depositare fino a 2 milioni di uova all’anno. Anche l’assenza di predatori ha un ruolo chiave nella diffusioni dei granchi blu nel mediterraneo. A differenza dell’Oceano Atlantico, dove rappresenta una fonte di cibo importante per squali, anguille, e razze, il Mar Mediterraneo è più piccolo, delicato, e privo di predatori. Tutto ciò – unito alla grande capacità riproduttiva dei granchi – fa in modo che essi crescano in maniera esponenziale.

La situazione dei granchi blu in Italia

Sono grandi, voraci, e onnivori. I granchi blu si nutrono di tutto ciò che riescono a catturare e immobilizzare con le loro possenti chele. Radono al suolo intere colonie di cozze, vongole, ostriche e altri molluschi. Anche gli avannotti, ovvero i pesci appena nati, sono tra le prede preferite del granchio blu; così facendo, intacca direttamente la popolazione futura. Destabilizzano l’equilibrio degli ambienti in cui vengono introdotti e sono considerati un vero e proprio flagello per la sua biodiversità. Il danno è quindi ambientale, ma anche economico.

I granchi blu hanno raggiunto gli allevamenti di vongole nell’Adriatico decimandone gli esemplari. Contemporaneamente “svuotano” le coste di qualsiasi tipo di mollusco o pesce di piccola taglia. Si calcola che il danno economico scaturito da questa invasione abbia superato i 100 milioni di euro in pochi mesi, mettendo in difficoltà l’intero settore ittico.

Granchi blu

Foto di InitaliaVirgilio.it

Studi, proposte, e fondi del governo

In assenza, o quasi, di predatori naturali, la soluzione gridata a gran voce è quella di mangiarli, il più possibile. È questo l’appello delle istituzioni e dei pescatori, messi di fronte a una sfida contro i granchi blu che, ad oggi, sembra destinata ad essere persa. Intanto un team di cinque ideatrici della società Mariscadoras ha lanciato il progetto Blueat: la pescheria sostenibile, che si occupa di pescare i granchi blu e spedirli negli USA. Oltreoceano, infatti, questi crostacei sono ricercatissimi e fanno parte della tradizione culinaria a stelle e strisce.

La lotta ai granchi blu, oltre che in mare, si combatte anche nei laboratori delle università. A Padova, ad esempio, gli scienziati studiano attentamente la specie, per cercare di capire la sua adattabilità e trovare le risposte e le soluzioni al problema. Anche il governo è sceso in campo al fianco dei pescatori, stanziando 2,9 milioni di euro per aiutarli nella caccia al granchio blu e sostenere i consorzi e le imprese di acquacoltura.

La gestione dei granchi blu in Tunisia

In Tunisia l’invasione di granchi blu che si sta verificando oggi in Italia, è avvenuta nel 2014. Attrezzatura adeguata, commercializzazione, e adattamento hanno fatto sì che – in pochi anni – si creasse una vera e propria filiera mai esistita. I granchi blu sono oggi una delle principali fonti di sostentamento per i pescatori tunisini. “Dall’orrore all”oro” è il loro motto. Oggi questi crostacei rappresentano il 25% delle esportazioni di pesce del paese e hanno raggiunto, nel 2021, i 24 milioni di dollari di ricavi.

L’Italia di oggi è la Tunisia del 2014. Prendere spunto dalle azioni del paese africano, che è riuscito a girare a proprio favore l’invasione dei granchi alieni, è sicuramente un’importante opportunità. Visto l’enorme difficoltà di estirpare dal mediterraneo l’intera specie, va messa in conto la possibilità di iniziare a convivere con i granchi blu, attuando scelte e soluzioni che siano vantaggiose a livello economico e che preservino la biodiversità marina attuale.

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Tommaso Barbiero

Nasce a Busto Arsizio, nel varesotto, 25 anni fa.Laureato in Scienze della Comunicazione, attualmente collabora con due testate giornalistiche: Buonenotizie.it e Sprint e Sport. Scrive di sport, ma anche di ambiente e sostenibilità. Crede nel potere della parola come strumento per fare buona comunicazione, che sia propositiva e costruttiva, oltre che seria e affidabile.Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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