Vito Alfieri Fontana è un ingegnere che tra il 1976 e 1993  lavorando alla Tecnovar di Bari, l’azienda del padre, produce ben 2 milioni e mezzo di mine antiuomo. Da imprenditore, vive con ebrezza l’aver costruito l’arma letale più potente della concorrenza, la TS-50, con una capacità di esplodere anche a distanza di decenni.

Il giovane ingegnere non si pone scrupoli di coscienza, non scorge il legame tra l’attività di fabbricante di armi e le nefaste conseguenze del loro uso: “a progettare questo tipo di armi ci si sente padroni della vita “ .

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Oggi Fontana sa che gli ordigni prodotti  sono semi dell’odio, marchingegni che esplodono se premuti dallo stivale di un soldato, più spesso dai piedi di un bambino o dalla zappa di un contadino. Le mine antiuomo sono armi partorite per sfregiare, mutilare, uccidere e rendono un territorio inabitabile per lunghi anni dopo la guerra.

Il 1993: l’ inizio della crisi

All’età di otto anni il figlio Ludovico trova in automobile i depliant pubblicitari delle mine antiuomo Tecnovar e chiede: “Papà tu produci armi?” alla risposta positiva del padre il bambino replica: “Allora tu sei un assassino?”. Fontana rimane colpito, non tanto dal fatto che il figlio gli avesse dato dell’assassino, ma dalla constatazione che il bambino sembrasse immaginare il padre come il protagonista di un videogioco.

L’innocenza della domanda pone l’ingegnere difronte alla sua responsabilità educativa: si chiede se sia giusto far passare l’idea che uccidere sia un affare da videogiochi, oppure un drammatico evento che produce dolore e devastazione. Per l’uomo è l’inizio di un lungo travaglio interiore.

In quegli anni l’ingegnere riceve una telefonata da Gino Strada, chirurgo di guerra, pacifista, che lo esorta a rendersi conto del “macello” che stavano combinando i produttori di mine antiuomo arricchendosi con le guerre nel mondo. Strada, con tono cordiale, lo esorta a fare qualcosa per smettere di produrre strumenti di morte e Nicoletta Dentico, coordinatrice in Italia della Campagna per la messa a bando delle mine, invita l’imprenditore ad avviare un dialogo fra fabbricanti d’armi e pacifisti in vista della riconversione delle imprese militari.

La scelta: da fabricante di mine antiuomo a sminatore

Negli anni Novanta Fontana riceve una lettera dal Vescovo Antonino Bello, presidente del movimento internazionale per la pace, Pax Christi: è un invito a partecipare a un dibattito a Bisceglie, per trovare una via d’incontro fra produttori di mine antiuomo e società civile.

Il vescovo, rivolgendosi alla gente semplice, predica l’obiezione di coscienza al servizio militare, alla produzione e al commercio delle armi, la denuclearizzazione dei territori e la riconversione delle fabbriche di armi.  Fontana accoglie la sua parola, decide di partecipare al dibattito di Bisceglie: il cambiamento interiore è ormai avviato. Dalla moltitudine dei presenti si solleva la voce di un ragazzo che chiede: “Ma lei cosa sogna la notte? Che scoppi un’altra guerra per produrre tante mine e guadagnare un sacco di soldi? Ma che razza di vita è la sua?».

In queste parole Fontana ritrova il messaggio pacifista di don Tonino Bello, l’esortazione a compiere la svolta della sua vita: smettere di fabbricare mine antiuomo e fare lo sminatore. Inizia per lui un percorso a ostacoli, deve fare i conti con l’ostilità del padre e l’altrui diffidenza, deve confrontarsi con i sensi di colpa nei confronti della famiglia per avergli imposto la sua assenza allontanandosi  da casa per fare lo sminatore. Da imprenditore sente la responsabilità nei riguardi dei dipendenti per le difficoltà di riconvertire l’azienda evitando i licenziamenti.

Dal 1999, per venti anni, l’uomo ha disinnescato migliaia di mine lungo tutta la dorsale dei Balcani, dal Kosovo alla Serbia, fino alla Bosnia, rimettendo in funzione abitazioni, scuole fabbriche e ci tiene a sottolineare:“Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre”.

Le mine oggi

La giustizia fra gli uomini rimane, infatti, impari nei luoghi in cui le mine minacceranno ancora, per dieci, forse venti anni, la vita degli innocenti.

Al riguardo, i dati del “Landmine Monitor” – monitoraggio delle mine terrestri – commissionato dalla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo del 14 novembre 2023, riportano che nel 2022 sono state uccise o ferite dalle mine 4.710 persone, compresi 1.171 bambini. Il report registra 834 vittime in Siria, 608 in Ucraina, 500 nello Yemen, 500 in Myanmar.

Ogni anno, nel mondo, si producono dai 5 ai 10 milioni di marchingegni esplosivi, ma per i pacifisti chi produce armi è complice dell’aberrante disegno dei fautori di guerre. Invero il Preambolo dell’Atto Costitutivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, UNESCO, recita: “Poiché le guerre hanno origine nella mente degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace”.

E nello spirito di un produttore di armi, Vito Alfieri Fontana, si è fatto strada il travaglio che lo ha condotto a smettere di fabbricare mine antiuomo e diventare uno sminatore.

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Lucia Muscetti

Laureata in Scienze Politiche, docente emerita in discipline giuridiche ed economiche presso i Licei di Scienze Umane. Leggo e approfondisco saggi sui diritti umani e di politica per scrivere e praticare l’arte del vivere bene insieme. Partecipo al laboratorio giornalistico di BuoneNotizie.it

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