Annarita Serra era una donna di successo nel mondo del marketing. Poi c’è stata una camminata su una spiaggia lontana e Annarita ha deciso di cambiare vita, scegliendo di diventare una donna libera. Anche a costo di farsi prendere per pazza, ma non a costo di rimanere la ‘solita’ Annarita.

Immaginate di avere 17 anni negli anni ’70 a Milano

Immaginate di avere 17 anni e di vivere a Milano alla fine degli anni Settanta. Siete nati in Sardegna, ma non avete nulla di sardo. Almeno a occhio nudo. Non l’accento, non i colori. Solo, ogni tanto, vi sembra di sentire un eco lontano, come il suono della risacca del mare, quando si accosta l’orecchio alla conchiglia. Voi vi sentite milanesi. Voi siete milanesi e ogni giorno partite dal vostro appartamento nel cuore del quartiere industriale della Bovisa, cambiate due tram, vi infilate in metrò e arrivate a scuola. Andate al Liceo Artistico Statale II° di Brera che oggi non è neanche più lì, è diventato il Palazzo del Cinema dell’Anteo, vicino a Corso Como. Vi sentite un po’ fuori posto, perché vestite normalmente, in modo sobrio. Per bene. Mentre le vostre compagne di classe sono hippy da capo a piedi. Presto scoprirete che sentirvi fuori posto sarà una costante nella vostra vita.

Qualche volta, alla fine delle lezioni, in quei giorni magici in cui Milano ruba la luce dal cielo azzurro descritto da Manzoni, vi concedete una passeggiata in direzione opposta alla vostra fermata della metro. Verso il centro città. Fra i vicoli di Brera. Vi piace da morire il rumore delle vostre scarpe sul ciottolato. Non ce n’è, infatti, uno allineato a quello vicino. Forse è proprio questa incongruenza che vi piace: una strada tenuta insieme da irregolarità.

Immaginate di avere 20 anni durante la Milano da bere

E adesso immaginate di avere 20 anni. Vi siete diplomati al liceo artistico e decidete di iscrivervi all’università: facoltà di Architettura del Politecnico di Milano a Città Studi. Questa scelta è un buon compromesso tra il desiderio di dare voce alla vostra creatività e la necessità di un lavoro sicuro. Ed è proprio il compromesso ciò che molto presto si impone nella vita di Annarita. La famiglia Serra, infatti, vive qualche difficoltà; il boom economico non ha ancora bussato alla Bovisa. Annarita vive con la mamma e la sorella. I genitori si sono separati. Così, in qualità di primogenita, lascia l’università, congelando le proprie aspirazioni artistiche, per contribuire al bilancio familiare.

Trova lavoro nel campo del marketing e in poco tempo fa carriera, diventando brand manager di una multinazionale americana nel settore del pet food. Siamo negli anni Ottanta e questo significa che a Milano si respirano, insieme allo smog, energia, entusiasmo e positività. Tutto è animato dallo spirito meneghino della voglia di fare, perché ce la si può fare. Annarita è dunque fra i tanti che all’ora dell’aperitivo trasformano via Montenapoleone, via Della Spiga  o via Borgonovo in una passerella.

E adesso ne avete 35 e avete successo, ma non siete felici

E adesso provate a immaginare di essere una donna che a 35 anni ha il mondo in mano e che sente di poter realizzare qualsiasi cosa. Annarita è ormai la tipica yuppie della Milano da bere: tailleur, tacchi alti, 24 ore. Ogni giorno deve darsi da fare per essere accettata davanti a un forza vendita di 200 maschi. Quindi assieme al tailleur e ai tacchi indossa anche la maschera dell’efficienza. La sua vita è una continua dimostrazione del dover essere in gamba, del dovercela fare. Ma fare che cosa? Carriera? Fatturato? Quella non è la vita che vuole davvero. Annarita non deve dimostrare niente a nessuno. Vuole solo essere se stessa. Eppure lavora sempre, viaggia molto, guadagna bene. Ogni tanto si sfoga ballando in discoteca e poi ricomincia la sua battaglia quotidiana. È una donna di successo che si è fatta da sola. Eppure non è pienamente soddisfatta, ma d’altra parte non sa bene cosa vuole, perché non sa ancora chi è. Lo capisce nel 1999, durante quello che sarà il suo ultimo viaggio di lavoro che la porta in Nuova Zelanda.

Il viaggio decisivo in Nuova Zelanda

Dall’altra parte del mondo Annarita viene sconvolta dalla maestosa e insieme dalla spaventosa bellezza di quella natura primordiale. Il verde quasi accecante della vegetazione, il blu profondo del mare e l’azzurro vertiginoso del cielo, il bianco delle spiagge che sembrano fasci di luce, il giallo e il rosso e il viola dei fiori… Quel luogo è una tavolozza di colori. E poi c’è lui. Il mare. In quel Paese in cui sembra di essere alla fine del mondo, esplode in Annarita il fuoco della domanda e si fa strada il barlume di una risposta.

Annarita viene dal mare. È sarda e quel richiamo primordiale si risveglia, così da questa consapevolezza comincia una nuova vita. Un cammino di rinascita alla ricerca delle proprie radici. Con impronte lasciate nella sabbia, destinate a non essere cancellate né dalle onde né dal vento. Tornata dalla Nuova Zelanda, Annarita non ha più dubbi. Indossa il suo tailleur, infila le scarpe col tacco e chiede di parlare con il suo direttore, quindi… si licenzia. Quel giorno il direttore le dice: «Noi abbiamo investito su di te e tu vai alla concorrenza!». «Ma quale concorrenza? Vado a cercare la libertà e la felicità». Da quel giorno la prendono per pazza.

La scelta di Annarita, infatti, viene giudicata azzardata da amici, colleghi e parenti: Ma che cosa si è messa in testa? Lasciare un lavoro così senza avere le spalle coperte! Per tre anni Annarita fa la rigattiera ambulante nei mercatini dell’antiquariato e intanto dipinge. Il suo massimo desiderio è rendersi indipendente, vivendo di sola creatività. L’arte è il suo chiodo fisso, ma non sa con quali strumenti e in quale muro impiantarlo. Ancora una volta è il mare ad essere fondamentale nel percorso di Annarita che decide di tornare in Sardegna per fare i conti con le proprie origini e per ritrovare la consapevolezza della propria identità.

Una tavolozza di colori fatta di plastica

È inverno. Passeggiando sulla spiaggia di Piscinas, 50 chilometri di costa semideserta e selvaggia che le ricordano la Nuova Zelanda, Annarita si imbatte in pezzi e perfino in interi oggetti di plastica che il mare ha ributtato sulla sabbia. Non sono i soliti rifiuti che, nel migliore dei casi, siamo abituati a raccogliere oppure a scansare con un piede sul bagnasciuga. Anzitutto sono molti molti di più e poi sono fatti di una strana plastica, vecchia di 10, 20, anche 30 anni ancora colorata e ben levigata dalle onde. Una plastica indistruttibile, come se una nave avesse perso il suo carico in mare. Tutti quei rifiuti sembrano ad Annarita reperti archeologici di una civiltà scomparsa e così comincia allora a raccoglierli. Li infila in grandi sacchi che in poco tempo riempie fino all’orlo. Non avrebbe mai pensato che ce ne fosse così tanta.

Quella plastica le piace – così colorata e trasformata dalle onde marine – e nello stesso tempo la allarma. Quando arriva il momento di tornare a Milano, Annarita porta con sé tutta quella spazzatura, sacchi enormi. Anche i vicini la prendono per pazza. Una volta a casa, la getta sul pavimento. Sembra una tavolozza di colori. È una tavolozza. Armata di viti, avvitatore, silicone, colle e martello, Annarita comincia a dare forma a questo patchwork policromo. Lei dice essere un mosaico moderno, fatto di rifiuti che ben rispecchia i nostri tempi. Utilizzando i pezzi di plastica come fossero pennellate, Annarita realizza piccoli quadretti, poi, un giorno, su consiglio di un’amica, li manda ad un galleria d’arte dove venduti in poco tempo. Cominciano così ad arrivare richieste.

La svolta dell’artista green

Presto Annarita comincia a realizzare anche grandi tele e sculture, come Surplus: un busto a grandezza naturale, completamente ricoperto di gadget di ogni tipo, tutti rigorosamente trovati in spiaggia: sorprese degli ovetti Kinder, Puffi in miniatura, macchinine, molle, piatti delle bambole, costruzioni, lettere magnetiche, perfino un Tamagotchi integro e una statuetta della Madonna senza testa. Più che lo studio di un pittore, il suo, sembra quello di un falegname. Arriva poi il momento fatidico della svolta che la porta alla notorietà. Quando cioè Annarita ha l’idea di riprodurre i volti di personaggi diventati icone. Charlie Chaplin, Marilyn Monroe, Zio Sam, la Ragazza col turbante e la Statua della Libertà attirano, infatti, immediatamente l’attenzione dello spettatore.

A questo dovete immaginare di essere a tre/quattro metri da una tela di un metro quadro che rappresenta il volto serio e curioso di Charlie Chaplin. Cappello nero, baffi neri e giacca nera su sfondo giallo. Ma come si fa con le opere d’arte, per gustarsele meglio, a un certo punto decidete di avvicinarvi di un metro poi ancora di mezzo e… Bam! Di fronte al vostro naso pezzi di tubo, bottigliette piegate e altro materiale plastico che riconoscete essere uguale a quello che avete nel vostro bidone della spazzatura. La meraviglia che suscita l’arte vi ha colpiti, così come la consapevolezza di un messaggio che vi riguarda personalmente. Quando questo accade, Annarita è lì a raccontare che il mare è pieno di tutta questa plastica. Venticinque anni fa nessuno ancora parlava dell’inquinamento dei mari sotto questa prospettiva. È dunque stata questa artista milanese a precorrere i tempi, sensibilizzando la gente in modo inedito e ancora attuale.

Annarita presto passa dalla prima mostra in un mercatino dell’usato, alla Triennale e poi al Fuorisalone di Milano, fino al Palazzo Ducale di Genova. Inoltre nel 2013 è tra i vincitori del concorso Settimana europea per la riduzione dei rifiuti .

Annarita fa vedere a tutti come se fosse la prima volta la plastica, trasformando lo scarto in arte e sorprendendo lo spettatore con il grido d’aiuto di una natura sempre più contaminata. Tanto che, se la Dea Venere uscisse oggi dal mare, probabilmente avrebbe l’aspetto che ci ha consegnato Annarita: capelli fatti con la stoppa delle reti dei pescatori in cui sono incastrati tappi e bottigliette. Uno dei grandi problemi ambientali di questo secolo, la plastica, diventa un messaggio di vita per un’attenzione condivisa allo scopo di contrastare l’inquinamento marino. Un modo per far raccontare all’arte i danni causati da una cattiva gestione dei rifiuti che, facendo male all’ambiente, danneggia l’uomo.

«Solo la forza dell’arte può aiutarmi a salvare il mare. Sono passati più di 20 anni da quando ho iniziato a occuparmi di questo problema e da allora ho raccolto quintali di plastica e realizzato decine di opere. Ho scoperto che hanno il potere di attirare l’attenzione e di creare consapevolezza. Non c’è niente che regali più soddisfazione di rendere reale qualcosa che hai immaginato».

L’esplorazione artistica di Annarita non si è fermata alla plastica, allargandosi anche ad altri materiali riciclati, come le capsule del caffè con le quali, insieme a vecchie monete, ha riprodotto Pinocchio; ma anche lattine, tappi, ceramica rotta, schede madri non funzionanti, tasti del computer. Questi ultimi hanno dato vita al volto di una nonna che grida “non ti amo più”; e poi bastoncini di Cotton fiocc per ritrarre Obama e scampi di jeans. In particolare le opere prodotte in RAEE, ossia con i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, nel 2015 hanno consentito ad Annarita di essere fra i protagonisti del progetto europeo per la gestione dei rifiuti hi-tech: Weenmodels.

E si arriva ai giorni nostri e agli scioperi per il clima, Greta Thunberg, tutti in strada a chiedere ai potenti di salvare il pianeta. Perché come dice uno degli slogan più usati: There is not a Planet B. Alcuni successi arrivano, certe politiche cambiano, lentamente, ma si possono vedere i primi frutti di anni di sensibilizzazione sul tema ambientale. Forse l’umanità si salverà, forse questa volta ce la faremo. Annarita, che ama definirsi la Nonna di Greta, è speranzosa. Crede e ha fiducia nelle nuove generazioni. Saranno loro a salvarci?

Chi ha coraggio è sempre fortunato. Chi ha coraggio è sempre ripagato. Chi ha coraggio può costruirsi una vita attorno alla propria passione. Queste sono le parole d’ordine di Annarita. Una donna cha ha saputo rischiare e che continua a darsi da fare.

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cofondatrice e conduttrice del podcast Ma che Razza di Umani

Elena Inversetti

Sono Elena Inversetti, giornalista e comunicatrice sociale per il terzo settore. Conduco il videopodcast Ma che Razza di Umani e scrivo la newsletter Parole Umane, oltre a fare copywriting per alcune organizzazioni non profit. Sono di fatto un’autrice che informa. L'esperienza professionale mi ha insegnato che alla base di ogni narrazione c'è un testo, il più possibile ‘umano’.

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