Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale (CPI), che ha sede all’Aia,  in Olanda, ha reso noto il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu, Primo ministro dello Stato di Israele, per il suo ministro della Difesa, Gallant, per Diab Ibrahim Al-Masri, noto come Deif, ciò che resta delle alte gerarchie di “Hamas”, la resistenza palestinese. Di quest’ultimo non si sa nulla da mesi, neppure se sia vivo o morto, ma, in via preventiva l’ordine di arresto è stato spiccato. L’evento ci dà l’occasione di discutere di un concetto ancora poco noto in Italia, quello della Giurisdizione universale.

Per tutt’e tre, la misura presa dal CPI è cautelativa e non equivale ad una condanna poiché, in fondo, si tratta di una richiesta a comparire per essere giudicati, e non di un processo sommario. Ciò nonostante, parte dell’opinione pubblica s’è fatta partigiana e alcuni media, sembrano aver espresso un giudizio in contumacia.

Bisogna ricordare che il diritto, in questo caso, internazionale, è indipendente dalle scelte politiche. Vale la pena, quindi, per maggior chiarezza, definire tutti gli aspetti della questione. E non è cosa da poco, poiché si tratta di fatti e decisioni epocali che faranno strada nel futuro concetto di Giurisdizione universale. Di cosa parliamo?

Corte penale internazionale, cos’è

La Corte penale internazionale è il frutto di un lungo percorso che inizia nel 1946, all’indomani della grande tragedia umana che è stata la Seconda guerra mondiale. Da allora, Stati vincitori e vinti si sono dati l’obiettivo di creare degli organismi che potessero giudicare, in maniera autonoma e sopra le parti, gli eventi e le azioni degli individui e degli Stati nella Storia. Solo grazie a questo percorso siamo arrivati oggi all’ONU e al suo organo giuridico, la Corte internazionale di giustizia, oltre alla stessa CPI.

Quest’ultima ha iniziato ufficialmente i lavori nel 2002 a seguito della stipula dei Trattati di Roma del 1998, da cui è stato ricavato lo Statuto che ne codifica le regole e gli obiettivi. In sostanza, 124 Stati Parte, così si definiscono le nazioni firmatarie, sono d’accordo a perseguire, qualora i governi interessati non vogliano o non possano perseguirli, gli individui rei di crimini di genocidio, persecuzione, aggressione illegale. E questo è un assunto fondamentale che spiega un po’ di cose.

La prima è che non sarà il mandato d’arresto della Corte penale internazionale per Netanyahu a far finire la guerra in Palestina a breve. Altrove si trovano i presupposti per dare speranza nel futuro di quella terra.

Come funziona in base ai Trattati di Roma?

La Corte Pena Internazionale è chiamata a giudicare gli individui e non gli Stati, cosa che è invece demandata alla Corte internazionale di giustizia di cui sopra, sempre con sede all’Aja. I procuratori della CPI, qualora trovino elementi che giustificano l’apertura di un procedimento, come nel recente caso di Netanyahu Gallant e Deif, spiccano un mandato d’arresto. Questa misura dei procuratori non è di per sé una condanna. Infatti essendo individui con pieni diritti civili, gli imputati hanno modo di opporsi legalmente. Se questi decidessero o fossero costretti a comparire in tribunale, le strade diventerebbero due:

  • i giudici della fase preliminare ritengono che non ci sia motivo di procedere e tutto si ferma.
  • si ritiene che ci siano i motivi per un’azione e si va avanti nel processo vero e proprio.

In quest’ultimo caso, chi compare di fronte alla Corte penale internazionale gode di tutti i suoi diritti e ha la possibilità di difendersi per tutti i gradi di giudizio e relativi appelli fino ad una condanna o assoluzione definitiva. Un procedimento, questo, che può richiedere diversi anni.

Il concetto di Giurisdizione Universale

Altra questione è l’impossibilità o la volontà di uno Stato Parte o non Parte di applicare il diritto internazionale.

Quando si ha a che fare con crimini di guerra o contro l’umanità si pensa subito ai tribunali internazionali e non quelli nazionali, mentre organismi come la Corte penale internazionale sono nati proprio per entrare in azione quando gli organi nazionali ne sono impossibilitati. Anche perché questi tribunali super partes non hanno polizia, carceri o infrastrutture autonome. Il motivo è la volontà di promuovere in ambito nazionale il concetto di “Giurisdizione universale”.

Un principio che se portato avanti, come alcune nazioni stanno facendo, potrebbe segnare dei progressi nella lotta a questo tipo di reati. Se i singoli Stati dichiarassero che certi crimini sono universalmente perseguibili in base a questo principio, la giustizia di un Paese potrebbe perseguire un imputato che non ne faccia parte. Ciò limiterebbe di molto la mobilità e l’autonomia dei sospettati, dato che, come dicevamo, la Giustizia dovrebbe essere un organo indipendente dalla Politica e non soggetto alle sue logiche. 

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Andrea Pezzullo

Redattore, autore e conduttore radiofonico. Lo sguardo ben puntato su ciò che succede oggi intorno a noi. Mi occupo di attualità, economia e lavoro. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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