Adolescenti e musica pop possono incontrarsi anche su un terreno che va oltre la musica. Il tema riguarda il benessere psicologico degli adolescenti e la capacità di riconoscere e raccontare emozioni, fragilità e difficoltà.

Il ritorno nel 2026 dei BTS, gruppo sudcoreano tra i più popolari del genere, riporta l’attenzione sul percorso che da anni li lega a Unicef. La band ha riscosso un grande successo anche in Italia, dove Arirang, il loro ultimo lavoro, ha raggiunto il primo posto della classifica FIMI degli album nella primavera del 2026.

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La collaborazione con Unicef utilizza la popolarità della cultura contemporanea per parlare ai ragazzi di autostima, ascolto e benessere, coinvolgendo anche famiglie, scuola e comunità.

Adolescenti e cultura pop: perché la musica può aprire il dialogo

L’adolescenza è una fase in cui emozioni, relazioni e ricerca della propria identità assumono un peso particolare. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute mentale degli adolescenti, nel mondo un giovane su sette tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale. Ansia, depressione e disturbi del comportamento sono tra le principali cause di malattia e disabilità in questa fascia d’età.

Molte difficoltà restano inoltre non riconosciute o non trattate. Una canzone non può sostituire uno psicologo e una comunità digitale non può prendere il posto di un servizio sanitario. La cultura pop può però offrire un linguaggio familiare da cui partire per raccontare ciò che si prova e, quando necessario, chiedere aiuto.

BTS e Unicef: dal nuovo album alla campagna Love Myself

Nel marzo 2026 i BTS sono tornati con il loro quinto album, Arirang. Il titolo riprende il nome di una celebre forma di canto popolare coreano, iscritta dall’Unesco nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità e profondamente legata all’identità culturale del Paese.

Il percorso sociale dei BTS è però iniziato molto prima. Nel 2017 la band e BigHit Music hanno avviato con Unicef la campagna Love Myself, nata per promuovere l’autostima e contribuire alla lotta contro la violenza su bambini e adolescenti. La collaborazione è poi proseguita negli anni, coinvolgendo anche la comunità internazionale di fan.

Secondo i dati Unicef sulla collaborazione con i BTS, fino a marzo 2024 Love Myself aveva raccolto oltre 6,6 milioni di dollari. Nell’aprile dello stesso anno la collaborazione è stata rinnovata a sostegno di On My Mind, un’iniziativa Unicef dedicata al benessere psicologico di bambini, giovani e famiglie, che punta ad aumentare la consapevolezza, favorire il sostegno e promuovere ambienti sicuri e inclusivi.

L’elemento interessante è l’unione di due competenze diverse: gli artisti possono contare sulla capacità di comunicare con i giovani attraverso linguaggi a loro familiari, mentre Unicef mette a disposizione esperienza, programmi e strumenti rivolti ai minori. La cultura pop diventa così un possibile punto di ingresso verso informazioni e aiuti più strutturati.

Genitori e scuola: come favorire il dialogo

Gli adolescenti, generalmente, provano difficoltà a descrivere ciò che provano a genitori, professori o ad altre figure adulte di riferimento. Anche quando tristezza, rabbia, paura, solitudine o senso di inadeguatezza diventano preponderanti. Il rapporto tra adolescenti e cultura pop mostra entrambi possano diventare un punto di partenza per raccontare emozioni che non sempre è facile esprimere apertamente.

Un testo musicale, un film o una serie possono rendere alcune emozioni più semplici da riconoscere e raccontare. BuoneNotizie.it ha già spiegato come le canzoni possano aiutare i ragazzi a riconoscersi nelle proprie emozioni e ad affrontare le difficoltà quotidiane.

Per stabilire un contatto emotivo con i ragazzi, per un genitore può essere utile mostrare interesse, ascoltare senza giudicare e chiedere perché una determinata canzone o un artista siano così importanti per loro. Un nuovo modo di comunicare tra genitori e figli adolescenti può favorire un confronto basato su ascolto, fiducia e rispetto.

La scuola può fare altrettanto, trasformando musica, film e campagne social, in occasioni per discutere di bullismo, pressione sociale, identità, emozioni e relazioni. L’obiettivo non è presentare gli artisti come modelli perfetti, ma aiutare i ragazzi a interpretare ciò che ascoltano e collegarlo alla propria esperienza.

Dal dialogo agli aiuti concreti

Il dialogo, da solo, non basta. Anche quando cultura pop e adolescenti trovano nella musica uno spazio di confronto, questo deve essere collegato a servizi facilmente riconoscibili e accessibili.

Le scuole possono offrire sportelli di ascolto e personale formato, mentre professionisti e istituzioni possono rafforzare i servizi territoriali e le occasioni di prevenzione. Anche le famiglie devono sapere a chi rivolgersi quando una difficoltà continua nel tempo.

Un esempio è il progetto WITHYOU di Unicef, che ha coinvolto ragazzi, famiglie e professionisti attraverso percorsi di valutazione, prevenzione e sostegno.

Anche gli spazi digitali possono favorire il confronto, purché siano accompagnati da informazioni affidabili. Il sostegno tra coetanei può essere prezioso, ma nessun ragazzo dovrebbe sentirsi responsabile del benessere psicologico di un’altra persona. Quando una sofferenza diventa seria o persiste nel tempo, è importante rivolgersi a un adulto preparato o a un professionista.

Anche i mezzi di informazione possono contribuire, raccontando il disagio non soltanto attraverso emergenze e diagnosi, ma anche attraverso la segnalazione di iniziative legate alla prevenzione, servizi e progetti affidabili.

Un modello replicabile oltre il K-pop

L’esempio dei BTS mostra come il rapporto tra giovani e K-pop possa andare oltre l’intrattenimento. Artisti, associazioni e istituzioni possono utilizzare linguaggi già vicini ai ragazzi per portarli verso informazioni qualificate e strumenti concreti.

Perché questi progetti funzionino, però, non basta pubblicare un messaggio sui social. Servono continuità, obiettivi chiari, fonti autorevoli e servizi ai quali indirizzare chi ha bisogno di sostegno.

Il benessere dei giovani richiede quindi un lavoro comune tra famiglie, scuola, professionisti e istituzioni. Il compito degli artisti non è sostituire chi si occupa di salute e assistenza, ma contribuire ad aprire una porta: quella attraverso cui un ragazzo può trovare le parole per raccontarsi e incontrare qualcuno disposto ad ascoltarlo.

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Daniela D'Amore

Senior Editor, autrice e ghostwriter. Attraverso interviste, musica, spettacolo, cultura e televisione racconto storie capaci di emozionare, far riflettere e generare cambiamento.

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