Abbiamo chiesto a uno psicologo e ad alcuni affetti di depressione come superare “l’ansia da coronavirus”.

La pandemia da coronavirus ha lasciato dietro di sé numerosi casi di depressione e disturbi d’ansia generati dall’instabilità della situazione sanitaria e dalla privazione della propria libertà di movimento. Senza contare le ricadute che molti soggetti già interessati da queste patologie hanno avuto.

La domanda a cui hanno dovuto rispondere molti psicologi è stata: perché? Motivare le restrizioni, le normative e le nuove regole, spesso difficili da digerire, è il primo passo per ridurre e affrontare in modo costruttivo la sensazione di ansia che può cogliere i malati. Soprattutto coloro che già si trovano in una situazione “restrittiva”. Tommaso Bortolotti, psicologo presso una comunità che ospita pazienti con doppia diagnosi (psichiatrica e disturbo da uso di sostanze), sostiene che il dialogo sia fondamentale per informare sulle nuove disposizioni e giustificare le restrizioni.

I pazienti non potevano uscire neanche dopo il lockdown, nemmeno per giocare a calcetto, mentre noi operatori eravamo tornati, come ogni cittadino, alla nostra vita normale. È stato più duro per noi il periodo post lockdown proprio perché era difficile motivare queste disposizioni”.

L’importanza di affrontare la paura

Gli effetti della privazione temporanea delle libertà personali sulla psiche, per il dott. Bortolotti, sono prevalentemente disturbi legati alla gestione dell’ansia. “L’attacco di panico è scatenato da un’angoscia dovuta a fattori esterni. La pandemia è un terreno fertile per lo sviluppo di questo disturbo, che può portare sia atteggiamenti paranoici che il loro contrario: negazionismo e aggressività”. Le istituzioni propongono diverse soluzioni ai cittadini, come rivolgersi al servizio d’ascolto predisposto dalla Società Psicoanalitica Italiana o al nuovo numero verde di supporto psicologico del Ministero della Salute.

Parlare della paura con le persone care può aiutare. La depressione nasce dall’impossibilità di accettare la nostra impotenza verso una situazione: in questo caso, la lotta contro un nemico invisibile. Ma dobbiamo accettare i nostri limiti, o rischiamo di incorrere in comportamenti ossessivi, come l’agorafobia e l’uso compulsivo di prodotti igienizzanti, o potenzialmente pericolosi come la negazione del virus”, conclude Bortolotti.

Troppe notizie. Anche questo genera ansia

Non tutti si sono lasciati scoraggiare dalla situazione e alcuni hanno addirittura “sfruttato” la pandemia per affrontare i loro disagi. G.L. è una di questi: “La pandemia mi ha fatto perdere il lavoro e se da un lato si tratta di un grosso problema, dall’altro mi ha spinto a decidere di rivolgermi a uno specialista per curare i disturbi che avevo da anni. Ora affronto un percorso di terapia di gruppo e sento di fare parte di una comunità che si aiuta a vicenda. Questa situazione può far avvicinare le persone, se rifiutiamo di darla vinta alla paura e ci apriamo agli altri”.

La fidanzata di S.V. ha sviluppato una forte ipocondria a seguito dell’emergenza sanitaria. “Se già prima usciva poco, ora convincerla a farlo è ancora più difficile. Ci siamo rivolti a una psicologa che si è resa disponibile a effettuare sessioni via Skype. Il miglioramento più significativo per ora è che ha smesso di cercare ossessivamente notizie sul coronavirus. La psicologa la sta aiutando a gestire l’ansia che deriva dall’essere sommersi di informazioni spesso ripetitive e allarmanti”.

Coronavirus: la depressione si vince insieme agli altri

Per chi già sperimenta normalmente limitazioni nella propria libertà di movimento, il lockdown ha avuto l’effetto di non far “pesare” ulteriormente queste difficoltà. “Avevo già imparato a fare diversamente le cose che facevo prima, quindi direi che ho affrontato positivamente la situazione”, dice L.P., disabile a seguito di un incidente.

La mia depressione, che ho fortunatamente superato, era una conseguenza di quello che mi è successo. L’ho affrontata in modo da non avere più vere e proprie ricadute, al massimo qualche momento di tristezza. Per quanto posso, cerco di essere utile agli altri, anche solo “tenendo gli occhi aperti” sui social, cercando di captare segnali di disagio. Non intendo sostituirmi agli psicologi ma a molti basta anche solo parlare con chi sa quello che stanno passando”.

Da queste testimonianze emerge la necessità di colmare il distanziamento sociale imposto dalla pandemia con un avvicinamento attraverso la corretta informazione, la solidarietà e l’inclusione. Il distanziamento può sconfiggere il coronavirus, ma il suo contrario può aiutarci a risolvere i problemi che il virus ha creato nella nostra psiche.

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