È più importante dare spazio alle politiche sulla sicurezza o porre sempre al primo posto la tutela della privacy? La questione è complessa; a riproporla all’opinione pubblica sono i nuovi strumenti di videosorveglianza che sfruttano i sistemi di riconoscimento facciale. Si tratta di una tecnologia che permette di acquisire i dati biometrici di migliaia di persone – ossia, le caratteristiche fisiche che consentono di identificare un volto. Negli ultimi anni qualche comune italiano ha cercato di ricorrere a sistemi di sicurezza come questi, a dispetto del fatto che non fossero legali.

La Camera dei deputati ha ora ribadito quest’ultimo dato, prorogando la moratoria su tali tecnologie (che sarebbe dovuta scadere alla fine di quest’anno). Fino al 31 dicembre 2025 non sarà consentito – nei luoghi pubblici o aperti al pubblico – installare impianti di videosorveglianza che si basino sul riconoscimento facciale. Una decisione degna di rilievo e non scontata, quella presa dall’assemblea legislativa. Non a caso, l’attuale ministro dell’Interno aveva, al contrario, appoggiato con convinzione i suddetti sistemi di sicurezza.

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Su che cosa si basa il riconoscimento facciale

Quando si parla dei dati biometrici di un individuo ci si riferisce, nello specifico, a diversi elementi: la fisionomia del volto, il colore degli occhi, la distanza tra le pupille, la grandezza di naso e bocca. Sono questi i dati che la tecnologia del riconoscimento facciale consente di ricavare. Essa si basa su un software che analizza l’immagine di una persona sotto forma di pixel – cioè di dati. Da questi trae un modello matematico che viene poi applicato ad altre immagini, nella speranza di trovare una corrispondenza. In tale processo ha molta importanza l’archivio a cui si attinge. Esso viene alimentato dai dati di tutta la gente che si muove per strada, rilevati dalle telecamere. Esistono, addirittura, alcuni software ancora più evoluti, che sono in grado di identificare un individuo tramite l’analisi della sua andatura.

Gli algoritmi utilizzati da tali sistemi sono, di per sé, molto efficienti. Tuttavia, secondo uno studio effettuato dal NIST – National Institute of Standard and Technology, con sede negli Stati Uniti –, i dati che essi analizzano presentano delle problematiche. La maggior parte dei software, infatti, sarebbe più allenata a riconoscere i volti dei maschi bianchi rispetto alle persone nere o alle donne. E a far nascere l’errore sarebbero soprattutto i database di riferimento – spesso costituiti da milioni di immagini reperite sui social network. La precisione del software, quindi, risulta condizionata dai contenuti presenti nel database. E tutto ciò – secondo gli analisti americani – non elimina il rischio di incorrere in scambi di persona.

Un sistema di sorveglianza caldeggiato da molti

Il tema della pubblica sicurezza è – com’è noto – un argomento “caldo” in ambito politico. In molti comuni d’Italia, dall’inizio degli anni Duemila, sono state installate migliaia di videocamere controllate dalla polizia locale. Nel tempo, esse sono diventate sempre più piccole e sofisticate – fino a raggiungere quasi ogni angolo delle città. Ciò nonostante, la situazione generale non è mutata. La percezione della scarsa sicurezza di determinati luoghi è, infatti, un dato soggettivo; e perciò le lamentele di chi vi abita non sono cessate.

Per questo, le amministrazioni di alcune città del Nord Italia hanno provato, negli ultimi tempi, a adottare sistemi di riconoscimento facciale. Il primo comune a muoversi in tale direzione è stato Como – nel 2019 –, e il caso ha provocato delle reazioni significative. Il 26 febbraio del 2020, infatti, un provvedimento del Garante della privacy ha bloccato tale iniziativa. In seguito, però, anche città come Udine e Torino hanno tentato di elaborare progetti affini, in attesa che la situazione legislativa cambiasse.

riconoscimento facciale vs tutela della privacy

Alcuni comuni italiani hanno provato a adottare sistemi di riconoscimento facciale. I progetti sono stati fermati per la tutela della privacy. Fonte: Freepik

Riconoscimento facciale: la parola al Parlamento italiano

Quest’anno – sulla questione del riconoscimento facciale – la Camera dei deputati è tornata a esprimere una posizione in linea con quella del Garante. Essa ha infatti approvato l’estensione della moratoria sui sistemi che utilizzano tale tecnologia. La scadenza, prevista per il 31 dicembre di quest’anno, è stata dunque prorogata fino alla fine del 2025.

Nello specifico, la moratoria prevede un divieto esplicito, rivolto soprattutto ai privati. Non sarà consentita l’installazione di sistemi basati sul riconoscimento facciale all’interno dei negozi o sui cartelli pubblicitari. Per quanto riguarda i comuni intenzionati a farne uso, questi dovranno chiedere, in via preventiva, il parere del Garante (che finora ha sempre bocciato i vari progetti). Tutto ciò, naturalmente, non riguarda l’autorità giudiziaria – che non risponde al Garante della privacy.

La decisione della Camera è stata un atto significativo, essendo in contrasto con le opinioni di alcune personalità politiche. In particolare, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era espresso, alla fine di aprile, in modo favorevole riguardo alla suddetta tecnologia. Secondo il suo parere, si dovrebbero installare dei sistemi di riconoscimento facciale nelle stazioni, negli ospedali e nelle zone commerciali delle grandi città, per garantire più sicurezza. Nondimeno, l’assemblea legislativa ha voluto privilegiare la tutela della privacy e le sue ragioni.

Intelligenza artificiale e riconoscimento facciale: tecnologie da approfondire

La moratoria italiana sembra essere in linea anche con quanto espresso dal Parlamento europeo. Infatti, esso ha approvato di recente l’AI Act – dove la sigla AI sta per Artificial Intelligence. Si tratta d’un regolamento che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale e del riconoscimento facciale. Esso vieta – tra l’altro – l’impiego di sistemi di analisi biometrica basati su sesso, etnia e orientamento politico. All’approvazione del regolamento farà seguito una discussione con tutti gli Stati europei, riguardo alle singole applicazioni.

La questione se il riconoscimento facciale rappresenti una minaccia alla tutela della privacy resta aperta. Bisogna sempre valutare la potenza di un simile mezzo, e se sia il caso di affidarne la gestione a organi diversi dalla magistratura e dalle forze dell’ordine. Da qui nasce la necessità di stabilire delle linee guida sulla raccolta e l’uso dei dati, fissandone limiti e obiettivi. Siamo di fronte a un universo di possibilità di cui ancora si conosce poco: per questo va studiato a fondo.

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Edoardo Monti

Ho lavorato per anni come freelance nell'editoria, collaborando con case editrici come Armando Editore e Astrolabio-Ubaldini. Nel 2017 ho iniziato a scrivere recensioni per Leggere:tutti, mensile del Libro e della Lettura, e dal 2020 sono tra i soci dell'omonima cooperativa divenuta proprietaria della rivista.

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