La regione separatista del Nagorno-Karabakh è di nuovo protagonista nel Caucaso. Il 28 settembre i leader del governo del Karabakh hanno emanato il decreto che farà cessare di esistere la Repubblica a seguito dell’operazione militare lampo del 19 settembre dell’esercito dell’Azerbaigian. Inizia l’esodo di massa della popolazione armena costretta a lasciare la propria terra, secondo l’Ansa sono 65.000 i rifugiati arrivati in Armenia attualmente.

Martedì 19 settembre l’esercito azero ha lanciato la cosiddetta “operazione antiterrorismo” contro la regione separatista a larga maggioranza armena. Le autorità di Stepanakert, capitale della regione separatista, si sono arrese dopo poche ore. Il cessate il fuoco ha portato di fatto il territorio del Karabakh sotto il controllo dell’Azerbaigian. La Russia, tradizionale potenza intermediaria nella regione, è riuscita a concordare la tregua con la mediazione delle sue forze di pace, stanziate nella regione dal passato conflitto del 2020.

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Come il Nagorno Karabakh ha perso la sua autonomia

Nella primavera di quest’anno, il governo dell’Azerbaigian ha costituito un posto di blocco sull’unica strada che collega l’Armenia al territorio separatista del Karabakh, abitato principalmente dall’etnia armena. Nel corridoio di Lachin che secondo gli accordi è sotto controllo armeno, è stato creato un check point permanente azero, che ha chiuso di fatto l’unica strada per il rifornimento di viveri e beni di prima necessità al Karabakh.

La popolazione ha denunciato la carenza di cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma l’Azerbaigian ha negato di impedire l’accesso all’area. La denuncia è stata accolta solamente dalla Corte internazionale di giustizia che con una sentenza ha ordinato a Baku di garantire il libero movimento sulla strada. L’Armenia ha ripetutamente accusato il governo azero di tenere sotto assedio la popolazione. Naturalmente l’Azerbaigian ha affermato il suo diritto a controllare chi entra nel suo territorio ed ha negato di averne bloccato l’accesso.

L’intera comunità internazionale è rimasta ferma a guardare. Le forze separatiste e la popolazione armena hanno vissuto l’estate con i pochi aiuti umanitari della Croce Rossa Internazionale che riuscivano a superare il blocco. A settembre l’Azerbaigian ha lanciato l’operazione che ha messo fine al Karabakh come entità autonoma.

Per cosa si è combattuto

Nel Nagorno-Karabakh si è combattuto per il controllo di un territorio piuttosto circoscritto, incastonato tra le montagne del Caucaso meridionale: non è particolarmente ricco, ma si trova in una posizione strategica centrale per i flussi di distribuzione energetica tra Europa e Asia.

Le origini del conflitto tra armeni e azeri risalgono al periodo dell’implosione dell’Unione Sovietica, quando i confini interni dell’Urss si sono tramutati da un giorno all’altro in conflitti tra Stati. La nascita nel 1991 delle Repubbliche indipendenti dell’Armenia e dell’Azerbaigian ha innescato lo scontro. Nel 1989, la maggioranza armena del Nagorno Karabakh ha avallato, con un referendum, la decisione del Parlamento di entrare nell’orbita armena.

Le tensioni etniche sono culminate nella prima guerra del Nagorno-Karabakh, tra il 1991 e 1994. Nel maggio del 1994 si è raggiunto il cessate il fuoco che ha garantito la tregua per 26 anni. I leader de facto del Nagorno-Karabakh hanno dichiarato l’indipendenza e le forze armene hanno assunto il controllo di sette distretti azeri attorno all’enclave.

Gli scontri continuarono a bassa intensità fino al 2020 quando è scoppiata la seconda guerra terminata dopo 4 mesi con un accordo trilaterale sul cessate il fuoco garantito da Mosca. I russi hanno dispiegato nel corridoio di Lachin (unico collegamento rimasto tra Armenia e Nagorno-Karabakh) duemila militari con funzioni di peacekeeping.

Inizia di nuovo l’esodo armeno

Il 20 settembre, in un discorso televisivo, il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ha dichiarato trionfalmente “Il Karabakh è l’Azerbaigian”, aggiungendo che il suo “pugno di ferro” ha messo fine all’autonomia del Karabakh armeno.

Secondo la Reuters, i 120.000 armeni del Nagorno-Karabakh partiranno per l’Armenia perché non vogliono vivere nel territorio controllato dall’Azerbaigian musulmano e turcofono. La leadership delle forze separatiste ha affermato di temere la pulizia etnica. Samvel Shahramanyan, consigliere del presidente dei separatisti armeni, sostiene “Il nostro popolo non vuole vivere come parte dell’Azerbaigian e preferisce lasciare le nostre terre storiche”.

In Armenia la decisione del primo ministro armeno Nikol Pashinyan di tenere il suo paese lontano da un nuovo conflitto ha scatenato una contestazione popolare dell’opinione pubblica. L’accusa è di aver sacrificato il Nagorno-Karabakh sull’altare di una pace illusoria con l’Azerbaigian.

La Russia si allontana e arriva la Turchia

Storicamente la Russia è stata alleata e protettrice degli armeni sin dai tempi dell’Impero zarista e ha mediato mandando un contingente di peace-keeper dopo la seconda tregua del 2020. Negli ultimi mesi è stata accusata dall’Armenia di non aver tenuto fede alle sue promesse, lasciando che l’Azerbaigian violasse ripetutamente il cessate il fuoco. Lo stesso primo ministro armeno ha affermato che la politica del suo Paese di fare affidamento esclusivamente sulla Russia per garantire la propria sicurezza, fosse stato un “errore strategico”. Mosca non è stata in grado di mantenere le proprie promesse ed è in procinto di ridurre il suo ruolo nella regione del Caucaso meridionale. L’ultimo screzio è stato provocato dalle esercitazioni militari “Eagle Partner”, che l’Armenia ha svolto con gli Stati Uniti dall’11 al 20 settembre.

Negli ultimi giorni gli equilibri nel Caucaso meridionale si sono trasformati. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan cerca di mettere le mani sul Caucaso e si prepara a diventare la forza esterna più importante della regione. Ha incrementato la sua intesa con l’Azerbaigian e sta mandando un messaggio chiaro alla comunità internazionale: nel Caucaso, da oggi, si parlerà sempre più turco. La conclusione di un conflitto durato oltre 35 anni, a scapito della presenza millenaria degli armeni nel Nagorno-Karabakh, mette davanti alla comunità internazionale una nuova sfida per il ripristino del diritto umanitario e la sicurezza del Caucaso meridionale.

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Gloria Scacchia

Aspirante giornalista pubblicista, ho lavorato per la Farnesina e l’OSCE, mi interesso di  Diritti Umani, Geopolitica, Società, Cultura e Attualità. Scrivo per Buone Notizie.it e frequento il master e il laboratorio di giornalismo costruttivo

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