Il 1° ottobre, l’ex primo ministro dei Paesi Bassi, Mark Rutte, è diventato il nuovo Segretario generale della Nato. Dovrà fare i conti con l’eredità lasciatagli dal predecessore Jens Stoltenberg che, dall’ottobre 2014, era alla guida dell’organizzazione militare intergovernativa più potente al mondo.
In questo decennio non sono mancate criticità che, sebbene abbiano messo a dura prova l’Alleanza atlantica, ne hanno rinvigorito la coesione interna rafforzandone la proiezione su scala globale. Quest’ultima sarà sempre più chiamata ad utilizzare equilibrio e ad avvalersi delle armi della diplomazia in un mondo in estremo cambiamento.
La nascita della Nato: un difficile equilibrio internazionale
Sono passati 75 anni da quando venne siglato a Washington, nell’aprile 1949, il Trattato dell’Atlantico del Nord, comunemente noto come Patto atlantico. Fu sottoscritto da 12 Stati, tra cui l’Italia, e si dotò sin da subito di un robusto apparato militare intergovernativo. Lo scopo principale del Patto era infatti quello di difendersi dalle mire di Mosca.
Il fulcro dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) poggia sull’art. 5, che dispone l’intervento collettivo dei Paesi membri dell’Alleanza in caso di attacco esterno contro uno di essi e al “diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite”, come recita lo stesso articolato.
Nel corso degli anni, dai 12 Paesi aderenti del 1949 se ne sono aggiunti molti altri, sino ad arrivare agli attuali 32. Tra questi, diversi Stati ex membri del Patto di Varsavia a guida sovietica e alcuni storicamente votati alla neutralità bellica (come Finlandia e Svezia, che hanno aderito rispettivamente nel 2023 e nel 2024).
Il Patto atlantico e le sfide globali
Il progressivo allargamento dell’Alleanza ad altri Paesi è assai indicativo del potere attrattivo che la Nato è stato in grado di esercitare in tre quarti di secolo, pur trovandosi a solcare mari tempestosi e ad attraversare venti fortemente ostili. Potere, tuttavia, che ha avuto un costo in termini politici e militari abbastanza alto. Non a caso Luciano Caracciolo, direttore di Limes, nel suo ultimo libro: La pace è finita. Cosi ricomincia la storia, mette in guardia gli Stati Uniti, azionista principale della Nato, dal violare la “regola di ogni impero: il limite”.
Accusa riproposta più volte anche durante il decennio di mandato del norvegese Jens Stoltenberg. Quest’ultimo si è insediato alla guida dell’Alleanza atlantica nell’ottobre 2014, ad appena un mese di distanza dalla firma del primo Protocollo di Minsk tra Russia e Ucraina, il primo di una serie di eventi che avrebbe portato al conflitto esploso nel febbraio 2022.
Uno dei principali protagonisti del conflitto russo-ucraino è stato proprio il Segretario generale della Nato. La sua azione si è concentrata soprattutto sul fronte politico e diplomatico, in una postura spesso energica e muscolare. Oltre a ricompattare i Paesi membri dell’Alleanza attorno al sostegno all’Ucraina, tramite l’invio di armi, munizioni e personale militare, Il Segretario della Nato è riuscito con abilità a risolvere spinosi dossier, come l’adesione di Finlandia e Svezia, quest’ultima particolarmente avversata dalla Turchia di Erdoğan.
Le sfide del nuovo Segretario generale della Nato
Prima dei Paesi scandinavi, Stoltenberg aveva anche supervisionato l’entrata del Montenegro (2017) e della Macedonia del Nord (2020). Da non dimenticare l’importante supporto diplomatico dato all’Operazione Inherent Resolve, nell’ottobre 2014, a cui hanno aderito ben 80 Stati per contrastare l’espansione dello Stato islamico in Siria e Iraq.
Il suo impegno, tuttavia, non si è concentrato soltanto nel contrastare le politiche di Mosca e di Pechino (ricordiamo la crisi con Taiwan del 2022), ma anche a fronteggiare le spinte isolazioniste interne provenienti dai Paesi membri dell’Alleanza. “Gli alleati devono essere pronti a pagare il prezzo della pace. Le spese al 2% del Pil non sono più sufficienti a garantire la sicurezza”, ha ammonito durante il suo ultimo discorso, lo scorso 19 settembre.
Un refrain non nuovo, a dir la verità, che risponde ad un mondo in evoluzione sempre più lacerato da conflitti. In questo scenario, una struttura difensiva intergovernativa che desidera essere realmente all’avanguardia ha necessità, oltre che di tecnologia, soprattutto di equilibrio e senso del limite, nella consapevolezza che il dialogo resti la principale arma da affinare, per evitare nuove radicalizzazioni e spirali di violenza sempre in agguato.

