L’11 e il 12 luglio si è tenuto nella capitale lituana di Vilnius l’atteso vertice della Nato. Poco prima dell’inizio del summit è andato in scena l’importante incontro bilaterale tra il presidente turco Erdoğan e il primo ministro svedese Stenström, in compagnia del segretario generale della Nato Stoltenberg.

Al termine della riunione, quest’ultimo ha comunicato il via libera della Turchia all’ingresso della Svezia nella Nato. In cambio, Stoccolma patrocinerà presso le istituzioni europee il cammino di adesione nell’Ue di Ankara. Con l’imminente entrata della Svezia all’interno dell’Alleanza Atlantica, la Nato raggiungerà una compattezza ed un potenziale militare mai registrato prima, che richiederà per il futuro un saggio esercizio della virtù di prudenza.

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Il lungo iter d’ingresso della Svezia

La Svezia ha fatto richiesta di entrare nella Nato nel maggio del 2022. Appena tre mesi dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino. Assieme a Stoccolma, il 18 maggio ha espresso l’intenzione di entrare anche la Finlandia, che evidentemente sentiva il fiato sul collo del confinante russo.

A giocare un ruolo decisivo in questa decisione vi è stato sicuramente il dettato previsto dall’art. 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza Atlantica. L’articolo in questione prevede che in caso di attacco armato contro un Paese membro della Nato, ciascuno Stato aderente al Trattato “assisterà la parte o le parti” che hanno subito l’aggressione anche ricorrendo all’uso della forza armata, ove necessario.

Ma a stroncare le aspettative d’ingresso di Stoccolma e di Helsinki vi era stato il niet di Ankara, attore chiave nell’attuale contesto internazionale. “Non possiamo dire sì”, aveva dichiarato il presidente turco Erdoğan, appena appresa la notizia. “Sostenere il terrorismo e chiedere il nostro sostegno è una mancanza di coerenza”, aveva poi aggiunto.

La Svezia nella Nato? “Un regalo ai terroristi curdi”

Secondo il presidente Erdoğan, la Svezia in modo particolare darebbe rifugio ai terroristi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Si tratta di una organizzazione politica e militare fondata negli anni ’70, che si batte per l’autodeterminazione del Kurdistan (Paese dei curdi), una regione geografica a cavallo tra Turchia, Iraq, Siria e Iran.

Il PKK scelse ben presto la via della lotta armata e dagli inizi degli anni 2000 è considerata un’organizzazione terroristica, oltre che dalla Turchia e dall’Iran, dagli Stati Uniti, dalla Nato e dall’Ue. Ma, a questo punto, è doveroso chiedersi: che rapporti intercorrono realmente tra la Svezia e il PKK?

Probabilmente il medesimo che ha rivelato esservi Oscar Stenström, capo negoziatore della Svezia per l’iter di ingresso nella Nato, il quale il 29 gennaio, dai microfoni della radio statale svedese SR, aveva osservato che la criminalità organizzata svedese fornisce un sostegno economico significativo al PKK.

Lo sblocco della trattativa e l’ingresso della Svezia nella Nato

Nel frattempo, qualche mese dopo le dichiarazioni di Stenström, il 17 marzo, Erdoğan dava il suo assenso all’ingresso nell’Alleanza Atlantica della vicina Finlandia, in ragione dei significativi passi avanti compiuti dal governo di Helsinki nel contrasto ai terroristi curdi.

Passi avanti richiesti evidentemente anche alla Svezia e puntualmente culminati nella legislazione anti-terrorismo varata da Stoccolma ed entrata in vigore 1° giugno. In essa vengono espressamente previste pene per chi organizza spostamenti ed offre assistenza logistica ai membri appartenenti ad un gruppo terroristico, come si apprende dal sito del Governo svedese.

Da leggere secondo un’ottica simile è inoltre l’estradizione di un sostenitore turco del PKK approvata dalla Corte suprema svedese, sempre nel medesimo periodo. Con queste carte Stoccolma ha deciso di giocare la partita conclusasi a Vilnius ad inizio luglio; carte che, a quanto sembra, hanno ampiamente soddisfatto le richieste di Ankara.

La Nato e il completamento del fronte nord

Con l’entrata nella Nato della Finlandia e l’imminente ingresso della Svezia, l’Alleanza Atlantica ha praticamente completato il puzzle dei Paesi che mancavano all’appello. Si contano infatti sulle dita di una mano gli Stati europei che ancora non ne fanno parte.

Sebbene da questa situazione emerga uno sfondo di coesione, tuttavia uno strumento politico-militare così potente ha necessità di essere ben dosato nel suo utilizzo, altrimenti rischierebbe di divenire un’arma pericolosa per gli stessi attori che si trovano ad impiegarlo.

Probabilmente, è proprio la constatazione di un tale rischio che ha portato più volte il presidente francese Emmanuel Macron, ad esprimere l’auspicio che vi sia “più Europa nella Nato” (2018), come garanzia di maggiore condivisione delle scelte e fattore di equilibrio tra Paesi. La maggiore sfida per la Nato e per l’Europa passerà proprio dal vincere questa prova di maturità che si giocherà all’interno della stessa Alleanza Atlantica.

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Diego B. Panetta

Giurista con specializzazioni in campo notarile, societario e canonistico. Accanto alle norme, una grande passione per la retta filosofia, senza la quale codici e leggi possono ben poco. Autore di tre libri, collabora inoltre con riviste specializzate e testate online, tra cui BuoneNotizie.it.

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