La più importante notizia delle ultime settimane è che a Gaza si è arrivati a un cessate il fuoco. Il 20 gennaio lo Stato di Israele e Hamas, il movimento armato palestinese che il 7 ottobre 2023 ha scatenato l’attuale conflitto, hanno firmato l’accordo per una tregua. Una guerra che durava da 471 giorni e ha cambiato, di fatto, la cartina del Medio Oriente, anche se i confini di tutti gli Stati della regione sono rimasti invariati.

A cambiare è il quadro politico che conoscevamo prima del 7 ottobre. Negli ultimi mesi in Siria è stato rovesciato il regime sanguinario degli Assad. Il Libano ha un nuovo Presidente che colma il vuoto di governo che ha permesso a movimenti e terroristici di radicalizzarsi. Cambiamenti questi che promettono speranza, ma di natura fragile e di analisi complessa. La tregua raggiunta lo scorso 20 gennaio, dà un po’ di respiro e ci permette di fare il punto.

L’attuale cartina del Medio Oriente

Non parliamo ancora di pace. Parte del governo di Israele, la destra più radicale, è contraria all’accordo. Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas durerà in tutto 42 giorni e si svilupperà in tre fasi. Le prime due prevedono lo scambio di prigionieri iniziato sin dal 20 gennaio. Nel frattempo si dovrebbe discutere del ritiro dell’Idf, l’esercito israeliano, che attualmente occupa il nord della striscia di Gaza, al confine con il Libano, e il sud, al confine con l’Egitto.

Cartina Medio Oriente, la mappa di Israele e i suoi confiniRitiro graduale e non facilissimo da definire. Da un lato Israele vorrebbe intervenire prontamente a Gaza qualora l’accordo saltasse, dall’altro i Paesi confinanti, e in particolare l’Egitto, non amano l’idea che ci siano truppe ammassate lungo i loro confini. Valico importante, quello egiziano, perché da lì, oggi, passano gli aiuti umanitari di cui Gaza ha estremamente bisogno.

Altro discorso vale per le truppe a nord e a est di Israele, dove la situazione generale sembra più distesa, grazie ad alcuni rivolgimenti politici. Ma una cauta attenzione è d’obbligo.

La situazione in Libano e in Siria

Dal 9 gennaio 2025, il Libano ha un nuovo Presidente: Joseph Aoun, Generale delle Forze Armate, non ostile a Israele e appoggiato da Stati Uniti e Qatar. La sua elezione mette fine a una paralisi governativa che dura dal 2022 e promette di portare una certa stabilità, di realizzare riforme e infrastrutture, la cui mancanza ha permesso a movimenti estremisti come Hezbollah (indebolitosi durante questo conflitto) di sostituirsi, di fatto, allo Stato e radicalizzare una parte di popolazione.

La cartina di questa porzione di Medio Oriente non cambia al confine con la Siria, dove rimarrà stabile la presenza dell’esercito israeliano, con funzioni ed operazioni di carattere deterrente.

Lo scorso dicembre 2024, in 12 giorni e cogliendo di sorpresa il mondo, alcuni ribelli al regime siriano rovesciano il regime di Bashar Al-Assad, che fugge, mettendo così fine a una dittatura e a una guerra civile sanguinose. A vittoria raggiunta, il leader dei ribelli Al-Jolani, dal passato jihadista, abbandona il suo nome da guerrigliero (si fa ora chiamare col suo vero nome, Ahmad al Shaara), si professa moderato e promette tolleranza religiosa, etnica e rispetto della proprietà. Concessioni fondamentali se si vuole indurre gli esuli siriani a rientrare nel Paese e iniziare a ricostruire.

La terza fase di tutti, la Ricostruzione

E se di pace ancora, da quelle parti non si può parlare, siamo noi, testimoni dei cambiamenti in atto che ci assumiamo questo ruolo. Svariate sono state le testimonianze di vicinanza e cooperazione da ogni parte del mondo.

L’Italia ha promesso di essere presente attivamente in tutta la regione. Da circa 20 anni fa parte di UNIFIL, il contingente ONU che si occupa di garantire la sicurezza nel sud del Libano, si propone di coltivare un ruolo da mediatore in Siria e di contribuire ai lavori di ricostruzione nella Striscia di Gaza.

Lavori che secondo l’ONU richiederanno, solo per quel lembo di terra, 40 miliardi di dollari fino al 2040. Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani afferma che l’Italia è pronta a contribuire, oltre che con i soldi, anche con missioni che mettono in campo nostre competenze particolari, come l’edilizia e l’addestramento di contingenti di ordine pubblico ad opera dei Carabinieri.

Il prossimo passo, la domanda fondamentale da porsi ora, non è “cosa” ricostruire, ma “come” e soprattutto “chi”.

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Andrea Pezzullo

Redattore, autore e conduttore radiofonico. Lo sguardo ben puntato su ciò che succede oggi intorno a noi. Mi occupo di attualità, economia e lavoro. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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