Donne e uomini di teatro: calcano i palchi, stanno dietro le quinte, scrivono sceneggiature. Il periodo di emergenza sanitaria ha fatto emergere una platea di precari, poco tutelati che chiedono un cambiamento. 

 

Dopo il flashmob “Convocateci dal vivo”, che ha coinvolto diversi lavoratori dello spettacolo e di teatro in molte piazze italiane lo scorso 30 Maggio, dove chiedevano di promuovere un lavoro partecipato e condiviso, ma soprattutto tutelato a livello nazionale, abbiamo rivolto alcune domande a tre giovanissimi allievi attori, Toni Bia, Luca Cardetta, Mirea Milano, rispettivamente iscritti all’Accademia Teatrale Veneta di Venezia, il Centro Teatro Attivo di Milano e l’Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine.

Amici e originari di Gioia del Colle, una città nella provincia di Bari, da sempre condividono la passione per il teatro, promosso sul territorio locale grazie alla sinergia del Comune con le scuole e associazioni culturali, come “Ombre” e “Sic! ProgettAzioni Culturali”, che da anni avvicinano i giovani al teatro. Negli ultimi cinque anni, i tre amici si sono formati all’interno del progetto “Chièdiscena”, che vedeva la collaborazione con scuole e associazioni e che ha portato a importanti collaborazioni e contaminazioni, come il Festival Internazionale Teatro Lab di Novellara in Emilia Romagna, firmato dall’Etoile Centro Teatrale Europeo e diretto dal M° Daniele Franci, ad esperienze indimenticabili come ESS (Etoile Summer School) e la realizzazione del Festival Teatro lab 2.0 Chièdiscena a Gioia del Colle, sotto l’egida direzione artistica del Maestro Maurizio Vacca.

In alto Mirea Milano e Luca Cardetta; in basso Toni Bia.

Come hanno vissuto il lockdown gli studenti delle accademie teatrali?

Attualmente le accademie riconosciute dallo Stato e quindi dal MIUR sono tre: Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, l’Accademia Internazionale di Teatro a Roma e la Civica Scuola di Teatro “Paolo Grassi” di Milano. Le altre sono gestite dalle Regioni o da Associazioni. Le accademie dispongono di completa autonomia nella gestione di chiusura, come nel caso specifico della pandemia; ognuna ha preso provvedimenti più o meno importanti: dalle 8, 6 o 2 ore di videolezione al giorno, al prolungamento o meno dell’anno accademico, a distanza o in futuro in presenza, pur non assicurando sempre il raggiungimento delle ore previste all’inizio dell’anno. Quella dell’allievo attore è una figura particolare che comprende sia chi studia sia chi sceglie d’intraprendere la carriera come lavoratore. Se dunque si considera questa figura non solo in un ambito strettamente accademico, ma appunto professionale, è evidente che ne abbia risentito durante il lockdown.

Vi siete sentiti sostenuti dallo Stato?

È stato sicuramente un periodo di crisi e non accusiamo lo Stato, perché ci rendiamo conto che questa situazione di chiusura generale abbia influenzato negativamente tutti gli ambiti; tuttavia il mondo del teatro ne ha risentito maggiormente. Il problema principale è che non ci sono disposizioni legislative, tali da permettere il giusto percorso a queste realtà, perché sono molto diverse dalle università; quindi probabilmente bisognava pensare a delle lezioni alternate dal vivo, pur rispettando il distanziamento sociale. Rispetto alle università il nostro percorso è maggiormente pratico e sarebbe dovuto essere gestito in maniera diversa.

Indipendentemente dal Covid-19, credete che il professionista dello spettacolo sia tutelato dal Governo?

Purtroppo no, come invece accade in altri paesi all’estero. In questi giorni abbiamo partecipato ad incontri come “L’eredità della corona” con gli attori Fabio Mangolini e Carlotta Viscovo, in cui abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con professionisti dello spettacolo, che vivono questa realtà e la vivranno, trattando il tema del mondo dell’arte nel futuro. Ex allievi hanno racconto di come si sono affacciati nel mondo del lavoro, creando compagnie, facendo casting al cinema, in teatro e della legislazione dello spettacolo, suggerendoci dei testi e rivelandoci che alcuni professionisti, reputando il linguaggio economico-legislativo troppo lontano da quello artistico, preferiscono farsi sostenere da esperti in materie economiche e giuridiche. Questo ha sollevato un altro problema presente che riguarda la materia legislativa dello spettacolo in senso stretto, che spesso non è abbastanza presente in alcune accademie, e molti attori, al termine del loro percorso di studi, hanno poca esperienza in questo settore.

Avete dato vita a qualche iniziativa per reagire?

Questo periodo d’isolamento ha creato occasione di rete tra allievi, accademie, attori, drammaturghi, registi e professionisti vari chiamata “Attrici e attori uniti”  in cui si è discusso di un’eventuale proposta di legge che preveda la creazione di agenzie a livello regionale, come già succede in Francia , che tra le diverse attività dovrebbero svolgere smistamento tra allievi attori e allievi professionisti, in modo che il lavoro sia distribuito equamente e che ci sia più controllo sugli spettacoli: meno spettacoli a nero e prove pagate. La produzione di uno spettacolo è molto complessa: è indispensabile l’agibilità, i cui costi sono molto importanti, motivo per cui spesso la compagnia nata da poco è aiutata da associazioni o compagnie più grandi. È difficile produrre spettacoli: pagare l’agibilità alla compagnia che la apre; autonomamente non possiamo produrli; alcune compagnie aiutano le compagnie più piccole.
Da tempo si parla di rivedere il FUS, il fondo per lo spettacolo, ma questa revisione non è mai avvenuta.

Come funziona il Fondo statale?

Dal FUS vengono prodotti la maggior parte degli spettacoli e, secondo alcuni professionisti il teatro, probabilmente, ha bisogno di diventare più privato, nel senso che se continueremo a produrre spettacoli con il FUS, saremo considerati come un “peso”; se invece creeremo un’industria, una realtà che possa autosovvenzionarsi e sovvenzionarsi da parte di realtà private, potremo dimostrare di apportare ricchezza culturale ma anche monetaria. Attualmente l’80% degli spettacoli è prodotto dal fondo statale; certo non bisogna privatizzare per rendere gli spettacoli di “nicchia”, ma è anche vero che se continueremo a dipendere dal FUS, lo saremo.

Quali proposte avanzereste?

Sicuramente d’investire nella cultura in generale: esiste una piattaforma, che si chiama “Arte”, creata tempo fa dalla Germania; eravamo stati invitati ma l’Italia rifiutò al tempo di creare una sorta di “Netflix” della cultura e farlo adesso, che ne esiste già un altro, non avrebbe senso. Sarebbe significativo invece aggregarsi a quella esistente, che è già ben avviata e produrre insieme. Il teatro in alcuni casi si può fare anche online e in streaming, basta pensare a maestri come Carmelo Bene e Franco Zeffirelli, che coniugano perfettamente la regia teatrale con quella cinematografica. Inoltre è importante che gli attori vengano ascoltati e tutelati in materia previdenziale: ci sono troppi lavoratori in nero, molti sottopagati e che quasi sicuramente non potranno godere di una pensione. Il lavoro a nero non assicura la nostra categoria perché non assicura i nostri diritti. All’estero non solo il professionista dello spettacolo è riconosciuto, ma sono presenti anche più realtà educative, in Italia invece ne sono riconosciute solo tre. Compagnie di balletto e orchestree sinfoniche stanno chiudendo: quindi qualcosa non va, e bisogna trovare un modo affinché il teatro possa essere autosufficiente, non chiedendo soldi soltanto allo Stato, altrimenti risulteremo essere solo un peso economico. C’è tanto da fare e cambiare. Ciò che stanno facendo i sindacati in questo periodo è un lavoro enorme, ma bisogna fare presto.

Come immaginate il vostro futuro?

È una domanda che ci poniamo sempre, sia per quanto riguarda il mondo del lavoro, che per il futuro in accademia. È difficile pensare al futuro se non abbiamo gli strumenti per superare questo periodo. Forse non bisogna trovare subito le risposte, perché portare risposte veloci potrebbe solo danneggiarci. Pensiamo che il Teatro debba prima di tutto riscoperto dal pubblico: educandolo, ritornando nelle piazze, come avveniva e come molti continuano a fare. Far rinnamorare il pubblico del teatro, ripopolare i teatri, che comunque non sono la sede storica del Teatro. Il Teatro è rito, tradizione, strada, racconto; è collettivo, non privato. È sempre meno la gente che va o s’interessa al teatro. Elena Bucci e Marco Sgrosso affermano che bisogna ritrovare il senso delle cose, dello stesso parere Serena Sinigallia che  sottolinea l’importanza di “produrre e andare in tour”. Se il teatro non fa tour, non conosce e non educa il pubblico. Bisogna pensare al teatro come strumento di conoscenza e comunicazione.

Una lezione appresa da questa emergenza?

Questa pausa ha insegnato a riflettere, ha risvegliato la necessità di parlare con il pubblico. Se non s’incontra il pubblico non ha senso il teatro ma nemmeno tutta l’arte. Senza pubblico l’arte a chi parla? Gli spettatori, in questo periodo, di sono allontanati ancora di più dal teatro e una volta che ci si disabitua ad un’arte è difficile il ritorno. Ora bisogna riprenderli. Il rischio generale in tutti i campi è che se non si cambia, si rischia l’autodistruzione. Dopo un periodo del genere bisogna rivedere le politiche, gli strumenti e dare nuovi contenuti per non far morire quest’arte: questa pandemia ci ha fatto conoscere nuove modalità. Pensiamo ai social, a internet: sono un mezzo velocissimo per raggiungere il pubblico. Dobbiamo saperle utilizzare. Se restiamo ancorati al prima non possiamo vivere in un mondo che è cambiato.

 

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