I superfake sono i deepfake della moda: repliche 1:1, prodotti falsi fatti così bene da sembrare veri. Se poi un gruppo di signore dell’Upper East Side arriva a preferire acquisti made in China invece che à Paris, probabilmente è arrivato il momento di fermarsi un attimo. Mentre le vendite reali calano. Che stia arrivando la crisi del settore famoso per non essere mai in crisi?

I prodotti falsi 2.0: i superfakes

I prodotti falsi sono un nemico storico del settore luxury. Le grandi Maison europee ci combattono contro da oltre vent’anni, ma ormai oggi quasi nessun marchio – piccolo, medio o grande – è al sicuro. Il mercato nero dei prodotti contraffatti si è espanso molto negli ultimi 10 anni, con fabbriche tendenzialmente locate sul suolo cinese. Oggi ci sono siti ombra e rivenditori che giocano sull’ambiguità del prodotto come Ali Express o DH Gate – quest’ultimo oscurato ciclicamente dall’antitrust.

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E se prima i prodotti erano copie imperfette – modelli che puntavano più a vendere il logo che la manifattura o il know-how artigianale – oggi è molto, molto più difficile riconoscere un fake da uno originale. Lo sanno i gioiellieri di Cartier, che hanno rinunciato ad autenticare in toto nelle loro boutique i famosissimi bracciali della collezione Love (facilmente identificabili al polso di diverse influencer) perché impossibili da distinguere (anche per loro) dalle repliche “d’alta gamma”.

I riflettori della stampa sono stati puntati sul fenomeno dei falsi d’autore in particolare la scorsa estate, quando la rivista newyorkese The Cut (appartenente al gruppo editoriale del New York Magazine) ha pubblicato un’inchiesta indagando il curioso caso originato dalla piattaforma social Reddit, un sito organizzato in argomenti/gruppi a cui si può accedere con richiesta, alcuni privati, altri consultabili pubblicamente.

Il caso RepLadies: indicatore di un sentimento più diffuso

Il nome RepLadies deriva da un gruppo chiuso, stile forum (subreddit) di Reddit. Il gruppo trattava di vendita e acquisto di merce contraffatta, prevalentemente repliche di borse di lusso, direttamente dalla Cina. Lo scandalo vero e proprio riguarda però la clientela. Ricche, ricchissime signore dell’Upper East Side – il quartiere residenziale di Manhattan set della serie Gossip Girl e uno dei più benestanti al mondo. Detto più semplicemente: nessuna di queste signore sognava le borse di Hermès o Chanel – ne possedevano già molte, stipate nelle loro cabine armadio.

Quindi, perché arrivare a scegliere di acquistare falsi made in China, realizzati in modo assolutamente non etico e soprattutto, veri e propri manufatti illegali? Le risposte delle “signore delle repliche” parlano di brivido. La sensazione di riuscire a strappare un affare. Un prodotto ben fatto, riprodotto ad arte, a un prezzo ritenuto adeguato. Ma se le clienti più fedeli mostrano segnali di noia di fronte ai benvenuti con champagne in boutique e ai cartellini con cifre esorbitanti, forse il sogno che voleva promettere e vendere il lusso si è infranto. Sembrerebbe confermarlo il sonoro -6% registrato il mese scorso in Borsa da uno dei più grandi player del lusso – il conglomerato francese LVMH di Bernard Arnault.

Come sta reagendo il settore del lusso. Le possibili soluzioni, dalla blockchain all’intelligenza artificiale

La perdita registrata arriva dopo il comunicato di LVMH sui ricavi del terzo trimestre. Vengono evidenziati qui segnali di rallentamento, con la crescita della spesa post-pandemica che rallenta a causa di inflazione e turbolenze economico-politiche, in diverse aree del mondo. È questa una crisi che appunto si porta dietro diverse cause con relativi effetti indiretti sulla società. Non è solo da imputare allo spopolare di duplicati e repliche. Ma in riferimento a questo, come stanno combattendo i marchi il problema dei prodotti falsi? Un alleato è sicuramente la blockchain, che certifica la provenienza dei capi. Utilizzando etichette intelligenti dotate di un codice QR univoco si riesce a tracciare il prodotto fin dall’inizio della filiera produttiva.

Anche l’intelligenza artificiale può accorrere in aiuto contro la cultura della contraffazione: come riporta PeriodicoDaily.com, i brand usano l’AI per analizzare dati e determinare l’autenticità o meno di un prodotto. La macchina studia immagini, testi e video ed è in grado di visualizzare i difetti di un prodotto contraffatto, altrimenti poco visibili a occhio nudo. Ci sono anche strumenti terzi a cui è possibile appoggiarsi: Dupe Killers (uno strumento di proprietà intellettuale ideato da Deloitte e usato da Jimmy Choo), le piattaforme di autenticazione dei prodotti rivolte direttamente ai consumatori (come Certilogo o Entrupy) o ancora il sistema di scansione d’impronta digitale sul prodotto prediletto da Patou, marchio appartenente al gruppo LVMH.

Ci sono quindi soluzioni propositive ed efficaci per risolvere questo problema annoso che da diversi anni affligge il settore moda e luxury, anche se la questione per il momento rimane aperta. Proprio mentre la piattaforma cinese Tik Tok inizia a testare il lancio negli USA di un marketplace interno stile Amazon – potenzialmente ancora un altro terreno fertile per rivenditori non autorizzati.

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Virginia Allegra Donnini

Con un background di studi ed esperienze lavorative a cavallo tra economia, marketing e moda scrivo di tendenze, pop culture, lifestyle. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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