Sempre più spesso si sente dire che i giovani italiani non hanno voglia di lavorare, descritti come poco motivati, restii al sacrificio e disinteressati al lavoro. Eppure, se si guarda meglio, emerge una realtà ben diversa: non si tratta di meno impegno, ma di una nuova consapevolezza. La Gen Z non rifiuta il lavoro, bensì ne ridefinisce il ruolo.

A differenza delle generazioni precedenti, per molti giovani il lavoro non è più il centro della vita, quanto piuttosto uno strumento per costruire benessere, equilibrio e realizzazione personale. Dal “vivere per lavorare” al “lavorare per vivere”: è questa l’idea che sta prendendo forma nelle nuove generazioni. Una prospettiva che non riduce le ambizioni, ma le rende più sostenibili.

Un cambio di priorità, non di valori

Cresciuti tra gli sconvolgimenti dell’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, una pandemia globale e l’emergenza climatica, i giovani della Gen Z – nati tra il 1997 e il 2012 – hanno sviluppato un senso di instabilità permanente che nessuna precedente generazione aveva mai sperimentato. Questa visione deriva dall’aver osservato i propri genitori sacrificare tempo, salute e relazioni per aziende che poi non hanno garantito né sicurezza né riconoscimento.

Da qui nasce nei giovani la decisione di ridefinire il concetto stesso di lavoro: non più il fulcro principale di definizione della propria identità, bensì parte di un equilibrio più ampio. I dati confermano questo cambio di prospettiva: secondo il report Deloitte Global 2025, solo il 6% afferma che il proprio obiettivo professionale è raggiungere una posizione di leadership. Inoltre, il 40% dichiara di sentirsi stressato o ansioso sempre o quasi sempre, tra questi circa un terzo afferma che il lavoro è una delle principali fonti di stress.

Allo stesso tempo, il 65% della Gen Z si dichiara preoccupato o in ansia per l’ambiente, un fattore che influenza le loro scelte di carriera: il 23% ammette di aver verificato l’impatto ambientale o le politiche di un’azienda prima di accettare un lavoro presso di essa. In questo senso, la Gen Z non è meno motivata, ma decisamente più selettiva e consapevole: il successo non si misura più nel fatturato o nelle ore di presenza, i giovani cercano uno scopo chiaro e chiedono di essere valutati per competenze e risultati.

Le nuove generazioni non sono meno ambiziose delle precedenti, ma considerano criteri diversi oltre allo stipendio quando valutano un’offerta: secondo l’indagine di Randstad, “Il modello di lavoro della generazione Z” del 2025, il 41% dei giovani italiani è più propenso a considerare sempre i propri obiettivi di carriera a lungo termine quando prendono decisioni relative a un cambio di lavoro, con il 17% che si mostra più incline ad abbandonare l’azienda di fronte ad aspettative deluse o percorsi di carriera poco chiari.

Il benessere come leva di produttività

Molte aziende stanno iniziando a capire questo cambio di prospettiva dei giovani trasformandolo in un vantaggio competitivo. Infatti, sempre più aziende italiane adottano politiche avanzate di welfare e supporto psicologico, migliorando la salute mentale e il benessere dei lavoratori, introducendo modelli come la settimana lavorativa corta, una maggiore flessibilità, la possibilità di lavorare da remoto e l’accesso al supporto psicologico.

Secondo il sondaggio Italy’s Best Employers 2026, aziende come Lavazza, Sorgenia e Granarolo sono tra le realtà italiane dove l’ambiente e i benefit sono migliori. Queste scelte non solo migliorano la qualità della vita dei dipendenti, ma aumentano la produttività, dimostrando che investire sulle persone è una strategia vincente. Un sondaggio condotto da CFO.com  ha rilevato che il 70% dei lavoratori sceglierebbe il supporto per la salute mentale anziché un aumento di stipendio.

Una Gen Z che riporta al centro ciò che conta davvero

La domanda, quindi, non è perché i giovani italiani non vogliano sacrificarsi per il lavoro, bensì per cosa vale la pena sacrificarsi davvero. Sebbene la Gen Z non abbia ancora tutte le risposte, ha forse avuto il merito di aver messo in discussione qualcosa che le generazioni precedenti avevano dato per scontato: l’idea che il lavoro debba venire prima di tutto il resto.

Ascoltare i giovani significa saper cogliere un’opportunità strategica per modernizzare il sistema produttivo e migliorare il benessere delle aziende. Solo le imprese che riescono a interpretare questo cambiamento non solo attireranno i migliori talenti, ma saranno anche protagoniste di una crescita più solida e duratura, anche alla luce dell’evoluzione del lavoro giovanile in Italia e delle nuove prospettive offerte ai giovani.

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Gemma Mastrocicco

Classe 1997, laureata in Informazione, editoria e giornalismo a RomaTre. Scrivo da sempre. Autrice del libro Amami senza mentire. Sostenitrice delle tematiche legate ai movimenti femministi, dell'uguaglianza di genere. Aspirante giornalista, scrivo per Buone notizie.it, grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista

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