Un Paese non potrà mai essere in buona salute, se i suoi cittadini hanno l’umore sotto terra. E l’Italia sembra essere proprio tra quelli. Le cause sono molte: la burocrazia, le lunghe attese per una visita, il senso di ingiustizia e di impunità nei confronti di chi delinque, e ogni altra cosa che non funziona sentita ogni giorno al telegiornale.
In questo periodo storico, in particolare, in cui si percepisce un senso di insicurezza elevato all’ennesima potenza a causa di violenze subite da persone comuni a opera di maranza, baby gang, fidanzati gelosi e chi più ne ha, più ne metta, sembra non esserci una fine.
Se a tutto ciò aggiungiamo le manifestazioni violente, le devastazioni, l’impotenza delle forze dell’ordine che non possono difendersi, i furti in casa (le aziende produttrici di antifurti ringraziano), la riesumazione di casi eccellenti di omicidi di venti o trenta anni fa, ecco che ci ritroviamo come sul set di un film dell’orrore.
Ho parlato di telegiornali e set di film non a caso: in Italia la televisione è ancora scelta per informarsi dal 46% degli Italiani, sorpassata solo di recente da internet con il 52% degli Italiani che si informano sul web, inclusi i social (AGCOM, 2025). Tutti gli altri media hanno un peso minore (il 17% sceglie i quotidiani, il 13% la radio), ma non per questo sono meno innocui. Pensiamo al giornale radio che viene trasmesso ogni ora contemporaneamente su quasi tutte le stazioni: un elenco di fatti spesso raccapriccianti che ti fanno venire voglia di cambiare stazione. Peccato che in quella successiva e in quella dopo ancora trasmettano gli stessi notiziari.
Fine della storia. Ora… “avanti col prossimo brano!”… a cui seguiranno una marea di cazzate a opera degli speaker di turno, prima della canzone successiva. E invece, la storia dovrebbe continuare per dare quanto meno la giusta dimensione di ciò che ci circonda, perché…
“Una popolazione vale tanto quanto il suo morale”
Enrico Brignano
La tv e internet sono le fonti principali di notizie, ma tutti i mass media sono coinvolti, amplificando il dibattito intorno a tutti quei problemi che ho citato sopra, anche perché proprio in questi giorni si sta discutendo il Decreto Sicurezza.
Quali sono le soluzioni?
L’emergenza da affrontare, dopo quella altrettanto importante sulla nostra sicurezza, dovrebbe riguardare proprio i media e il modo in cui danno un’errata percezione della realtà. Ti spiego perché. Mettendo il focus solo ed esclusivamente su ciò che non funziona, alimentano quel senso di ansia e preoccupazione che la stragrande maggioranza della popolazione non riesce a gestire, perché non ha gli strumenti, le conoscenze e le informazioni alternative per valutare meglio la reale gravità dei fatti che scopriamo ogni giorno tramite le notizie.
Questa, è una vera emergenza nazionale. Lo dicono i dati: nel 2012, insieme a un professore di sociologia e comunicazione dei nuovi media dell’Università Cattolica di Milano, BuoneNotizie.it ha cercato di quantificare l’enorme danno sociale ed economico causato dai mass media. Mettendo insieme diverse ricerche psicologiche, sociali, biomediche e neuro-economiche, nazionali e internazionali, abbiamo stimato che il costo a carico del Servizio Sanitario Nazionale per curare stress, ansia e depressione può arrivare fino a 200 euro pro-capite.
“I mass media sono la prima causa di ansia e depressione”.
EuroDAP, 2010
Tirando le somme, moltiplicato per circa 60 milioni di abitanti, parliamo di un costo di 12 miliardi di euro.
Senza parlare degli ulteriori costi associati a comportamenti negativi, come la cattiva predisposizione verso gli altri, l’emulazione di esempi negativi (come i femminicidi, le risse, i furti, che anche quando vengono puniti non fanno più notizia), o la rabbia che sfocia in fenomeni sociali (come le manifestazioni violente), che hanno anche loro un costo in termini di danni materiali e non solo.
Il premio alla nostra ricerca
Questa ricerca ci è valsa nel 2012 un importante riconoscimento all’edizione italiana della Global Social Venture Competition (GSVC), una competizione internazionale tra start-up che premia i progetti con il più alto impatto sociale, organizzata da ALTIS Università Cattolica in collaborazione con Intesa Sanpaolo Startup Initiative, dove BuoneNotizie si è classificata al 3° posto, ex-aequo con un’altra start-up ad elevato impatto sociale.
Vari studi hanno dimostrato inoltre l’esistenza di benefici economici diretti derivanti da un’esposizione più equilibrata alle notizie, sostenendo che l’elevazione morale e le emozioni positive possono incentivare interazioni economiche e contribuire a ridurre lo stress.
Negli Stati Uniti e in Nord Europa sono stati già studiati gli effetti positivi generati da un tono più moderato e meno allarmistico nei mass media quando denunciano i problemi, insieme a una narrazione orientata anche alle soluzioni e a ciò che si sta facendo per affrontarli. Si chiama giornalismo costruttivo, ed è quello che cerchiamo di fare anche qui su BuoneNotizie.it.
Ma una sola e piccola testata giornalistica online non può e non potrà mai da sola ridurre e tantomeno risolvere questa situazione. Per questo motivo, con l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo e le sue iniziative, gli eventi e i programmi formativi per giornalisti, aspiranti giornalisti e addetti ai media, stiamo cercando di dare più forza a questo messaggio.
Tra le iniziative messe in campo, la petizione per un giornalismo più costruttivo e utile alla comprensione e alla soluzione dei problemi, e non solo alla loro spettacolarizzazione. Una goccia nell’oceano, ma meglio di nulla.
“Quello che facciamo è solo una piccola goccia nell’oceano, ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”.
Madre Teresa di Calcutta
Se vuoi aggiungere una goccia anche tu, firma anche tu la petizione “L’Informazione Può Essere Pericolosa” lanciata dall’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo e iscriviti a questa newsletter. Non costa nulla, ma potrai raccontare di aver fatto la tua parte.

Firma la petizione contro i rischi di un giornalismo pericoloso che sta causando danni sociali enormi. Soggetto e campagna ideata da TBWA Italia.
Tra le voci che hanno sostenuto questa campagna nel corso del tempo, ci sono anche quelle di personaggi noti tra cui Alessandro Galimberti, ex Presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia e giornalista del Sole24ORE, Nando Pagnoncelli, sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia, Vittorio Emanuele Parsi, politologo italiano e professore ordinario di relazioni internazionali presso la facoltà di scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Roberto Re, esperto di comunicazione, crescita personale e coaching.
Altri personaggi di livello internazionale hanno appoggiato la petizione, come Steven Pinker, professore di psicologia all’Università di Harvard, Josep Carles Rius, ex direttore del quotidiano Pùblico in Catalogna, Cathrine Gyldensted, giornalista danese tra le fondatrici del giornalismo costruttivo, Johan Norberg, autore e saggista svedese, e molti altri…
Se anche tu ritieni che il messaggio di questo editoriale sia importante, condividilo con quante più persone possibili sui tuoi canali social, copia questo link e inoltralo via email o WhatsApp ai tuoi contatti. Più siamo e meglio è per tutti: per noi, per i nostri figli che ascolteranno le notizie di domani e che già oggi hanno perso fiducia e speranza nel futuro, e per i nostri anziani, che invece prima o poi se andranno portandosi con loro la paura e la sensazione di non aver potuto più fare nulla per chi resta…
…mia madre vede 20 tg al giorno! Purtroppo lei le notizie le somma, non le divide per i tg che ha visto. Alla fine della giornata ha vissuto soltanto tragedie…
Enrico Brignano