Ogni volta che usiamo un servizio cloud, guardiamo un video in streaming o chiediamo qualcosa a un’intelligenza artificiale, stiamo usando un data center.

Queste infrastrutture fisiche consumano grandi quantità di energia per immagazzinare ed elaborare dati e stanno proliferando in tutta Italia a una velocità che le normative urbanistiche faticano a seguire.

Campagna 5x1000

Data la necessità di grandi spazi, il risultato è che spesso si sceglie di costruire questi centri su suolo agricolo o verde, consumando territorio che non si recupera.

La risposta della Regione Lombardia, che ospita quasi la metà dei data center italiani, è arrivata il 3 giugno 2026 con la legge regionale n. 11: portare i nuovi centri dati nelle aree industriali dismesse, trasformando un problema urbanistico in un’opportunità di rigenerazione del territorio.

Il problema: i data center e il consumo di suolo

La crescita dei data center in Italia è rapida. Secondo i dati degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, nei prossimi cinque anni sono previsti 22 miliardi di euro di investimenti nel settore, di cui 11 miliardi solo in Lombardia. La metà di questi investimenti fa capo a tre grandi operatori tecnologici statunitensi.

Il nodo critico è dove questi impianti vengono costruiti. Come documenta un’analisi di IRPI Media, in assenza di norme chiare i data center tendono a occupare suolo agricolo o verde, attratti da costi più bassi e iter autorizzativi più semplici. In un paese dove il consumo di suolo è già una questione urgente, questa tendenza solleva preoccupazioni concrete tra urbanisti, amministratori e associazioni agricole.

La preoccupazione delle CIA Lombardia, associazione di categoria degli agricoltori è chiara: la competizione tra data center e agricoltura per lo stesso suolo rischia di accelerare l’abbandono delle coltivazioni in aree già fragili. Non si tratta solo di ettari persi, ma di ecosistemi, paesaggi e filiere produttive.

La soluzione lombarda: aree dismesse al posto di suolo agricolo

Con la legge regionale n. 11 del 3 giugno 2026, la Lombardia ha scelto un approccio preciso: incentivare i data center a insediarsi nelle aree industriali dismesse e scoraggiare il consumo di suolo agricolo con costi crescenti.

Chi costruisce un data center in un’area dismessa, degradata o sottoutilizzata ottiene vantaggi concreti: corsie autorizzative preferenziali, priorità nei bandi regionali e uno sconto sul contributo di costruzione dovuto al Comune compreso tra il 10 e il 30%. Chi invece sceglie suolo agricolo paga il 100% in più sugli oneri urbanistici. Nelle aree verdi e nei parchi regionali la maggiorazione sale al 200%.

La legge introduce anche obblighi ambientali: i nuovi data center dovranno utilizzare fonti rinnovabili al 100%, non potranno usare acqua potabile per il raffreddamento e dovranno prevedere il recupero del calore di scarto per il teleriscaldamento. I Comuni avranno 180 giorni per mappare le proprie aree dismesse e aggiornare i piani urbanistici. Chi non si adegua resta escluso dai finanziamenti regionali.

I casi concreti: data center nelle fabbriche del passato

Il modello è già stato messo in atto con successo. A Pregnana Milanese, in provincia di Milano, tre data center sorgeranno sulle ex aree industriali di Olivetti, Citroën e Iveco: quasi 500.000 metri quadrati di territorio dismesso bonificato a spese degli investitori, con 12 milioni di euro destinati alla ristrutturazione delle scuole locali grazie agli oneri urbanistici.

A Bertonico, in provincia di Lodi, nell’ex area industriale Gulf sorgerà il data center più potente d’Italia: 380 megawatt di potenza installata. Un caso citato dalla stessa Regione Lombardia come esempio del nuovo approccio.

E in Trentino, in Val di Non, un data center è già operativo all’interno di una miniera di dolomia, a cento metri di profondità: un caso unico in Europa, che sfrutta la temperatura naturale della roccia per il raffreddamento.

Data center e rigenerazione urbana: un modello che si diffonde

La legge lombarda si inserisce in un contesto più ampio. Regioni come Piemonte, Lazio e Puglia stanno già studiando il testo per replicarlo. A livello nazionale, il decreto legge 21/2026 punta su tre campus digitali prioritari entro il 2031, con un commissario straordinario per accelerare le autorizzazioni.

Il principio alla base è lo stesso che guida i progetti italiani di rigenerazione urbana: prima di consumare nuovo territorio, è possibile dare nuova vita a quello già compromesso.

I data center, in questo senso, possono diventare un motore di bonifica e riqualificazione, portando investimenti e posti di lavoro in aree altrimenti abbandonate. Un approccio coerente con i principi dell’economia circolare applicata al territorio, che punta al riuso prima di produrre nuovo consumo.

Le domande ancora aperte

Non tutti sono convinti che le maggiorazioni sugli oneri bastino a scoraggiare i grandi operatori. «Se gli oneri maggiorati restano l’unico strumento, i grandi operatori li assorbiranno come semplice voce di costo», ha dichiarato Luca D’Alleva di BCS Consultancy. «Per incidere davvero servono strumenti urbanistici chiari, una mappatura aggiornata delle aree disponibili e tempi autorizzativi competitivi con il resto d’Europa».

Resta anche aperta la questione energetica. Il commissario europeo all’energia Dan Jorgensen ha ricordato che i data center «assorbono quote crescenti della nostra energia in un momento in cui dobbiamo elettrificare l’intera economia».

L’obbligo di fonti rinnovabili al 100% previsto dalla legge lombarda è un primo passo, ma la capacità di generazione rinnovabile disponibile è ancora limitata. Il vero banco di prova arriverà nei prossimi mesi, quando i primi progetti passeranno al vaglio dei nuovi sportelli autorizzativi.

La Lombardia ha tracciato una direzione: i dati del futuro devono abitare le fabbriche del passato. Proteggendo, nel frattempo, il suolo agricolo che produce il nostro cibo.

Condividi su:
Avatar photo

Alessandro Rossi

Riscopri anche tu il piacere di informarti!

Il tuo supporto aiuta a proteggere la nostra indipendenza consentendoci di continuare a fare un giornalismo di qualità aperto a tutti.

Sostienici

Leave a Reply